Giulia Bertagnolio

Buon compleanno riforma

A venticinque anni dalla legge 121: le novità introdotte e un bilancio degli obiettivi raggiunti. Con uno sguardo al passato e un occhio verso il futuro

Buon compleanno riforma

Una virata decisa verso obiettivi importanti: l’appartenenza alla società civile, la valorizzazione del fattore umano, il riconoscimento ai poliziotti di diritti e garanzie prima impensabili come la parità uomo-donna e le libertà sindacali. E ancora: l’impennata del livello culturale dei dipendenti, l’apertura all’internazionalizzazione. La riforma del 1981, di cui oggi la Polizia di Stato festeggia il venticinquesimo anniversario, ha capovolto l’assetto dell’ex Corpo delle guardie di pubblica sicurezza traghettando l’istituzione da struttura prettamente militare a organismo inserito a pieno nella società civile; l’ha resa flessibile ai cambiamenti, duttile alle dinamiche della modernizzazione. Senza mettere in discussione il valore dei fondamenti che fin dai primi anni Cinquanta hanno guidato l’Amministrazione, è riuscita ad abbattere cliché radicati per anni nell’immaginario collettivo (quello del poliziotto-tipo meridionale e poco istruito, quello di una  professione adatta soprattutto a chi indossa i pantaloni e anche quello dell’inconciliabilità tra impegno professionale e dedizione al focolare domestico) per affermare una concezione di pubblica sicurezza totalmente diversa rispetto al passato.
Il volto che mostra la polizia dopo lo spartiacque del 1981 è in effetti lo specchio delle due parole-chiave della riforma: smilitarizzazione e sindacalizzazione. Con la nuova legge il ministero dell’Interno diventa infatti autorità nazionale di pubblica sicurezza, nascono gli uffici e le direzioni centrali del Dipartimento, è istituita la Scuola di perfezionamento per le forze di polizia. La nuova Amministrazione è civile,  ha un ordinamento speciale ed è inserita all’interno il Dipartimento della pubblica sicurezza guidato dal capo della Polizia. Aboliti il vecchio Corpo delle guardie di pubblica sicurezza e il Corpo di polizia femminile, scende in campo per la prima volta la “Polizia di Stato”. Un’istituzione dallo smalto fresco, efficiente. Che conta su uomini e donne in divisa, sul supporto fornito dai dipendenti tecnici-operativi dell’Amministrazione. E che punta molto sul fattore-uomo.
La rivoluzione copernicana indotta dalla riforma è legata infatti a un’inversione di prospettiva che investe globalmente la visione delle forze dell’ordine e ribalta l’ottica pragmatica-efficientista in auge fino agli anni Ottanta: non basta più che il lavoro della polizia sia svolto in modo impeccabile sul piano pratico. Secondo le nuove linee-guida, a poco servono le competenze tecniche delle vecchie e nuove figure delle forze dell’ordine (l’esperto di criminalità informatica o il poliziotto di quartiere, ad esempio) se mancano il giusto approccio comunicativo verso il cittadino e una buona dose d’intuito e sensibilità. L’arma strategica per sfidare il nuovo millennio è insomma la valorizzazione dell’uomo, sono le strategie comunicative che permettono di stabilire una relazione diversa tra agente e cittadino, è la capacità di adattamento alle diverse tipologie di relazioni umane nelle quali l’operatore si trova a doversi districare. Fattori che diventano davvero incisivi, se moltiplicati per l’enorme numero di persone impegnate nelle forze dell’ordine in tutto il territorio nazionale: oggi sono oltre centomila i poliziotti inseriti nei ruoli operativi, circa seimila quelli che svolgono funzioni tecnico-scientifiche e professionali. Un numero che si è incrementato (con ben settemila unità in più) soprattutto nei primi anni Novanta, il periodo segnato dalla tragica sequenza di attentati di stampo mafioso.
Sono le donne, ultimamente, ad aver mostrato più determinazione nell’indossare la divisa: negli ultimi cinque anni il numero di richieste di partecipazione ai concorsi da parte delle signore si è impennato, a dimostrazione che nell’universo femminile è definitivamente tramontata l’idea che l’uniforme blu sia indumento più adatto all’uomo. E a testimonianza che mamme e mogli sono decise a investire nella sfera professionale esattamente quanto i loro compagni.
Inversione di rotta rispetto al passato anche riguardo alla provenienza dei giovani che si arruolano: se tra il 1961 e il 1983 l’ottanta per cento veniva dal Sud, oggi sono in visibile aumento i nati nel settentrione o nel centro e in calo i meridionali. A venticinque anni dalla riforma, poi, sono le questure a contare il maggior numero di personale rispetto al totale (seguono la Stradale, la Postale, la Ferroviaria e la Frontiera). Un dato che riflette le dinamiche di urbanizzazione tipiche del nostro tempo e fa da ammortizzatore alle crescenti problematiche del tessuto cittadino.
Segna l’evoluzione anche il rapidissimo sviluppo del settore comunicazione, veicolo chiave per divulgare un’immagine della polizia in linea con le nuove esigenze sociali, oggi affidato a circa mille persone tra addetti stampa, portavoce, operatori del sito e della rivista ufficiale, responsabili del cerimoniale e dell’ufficio eventi. Per dare sicurezza al cittadino non solo con i fatti ma anche con le parole. Perché essere informati equivale a sentirsi più partecipi, tutelati. Perché oggi la percezione della tranquillità sociale passa anche tramite giornali e tv.


Venticinque anni di prossimità
Ha avuto a cuore da sempre il rapporto, stretto, tra polizia e cittadino.
Che poi è uno dei traguardi della riforma del 1981. Antonio Manganelli,
vice capo della Polizia, parla di come il concetto si è evoluto.
Del punto in cui siamo oggi, di cosa è cambiato, di cosa ancora cambierà.
Quali sono stati i miglioramenti più tangibili apportati dalla riforma, in tema di prossimità?
La riforma della polizia ha segnato uno spartiacque tra il “prima” e il “dopo”, innovando profondamente la sicurezza del Paese, in una cornice di riferimenti particolarmente attenti ai valori della società civile. Con la smilitarizzazione, la parità di ruoli e di carriere tra uomini e donne, il riconoscimento dei diritti sindacali, un nuovo modulo organizzatorio della funzione di coordinamento che vede nel Dipartimento della pubblica sicurezza il polo centrale unitario delle forze di polizia, l’individuazione nel ministro dell’Interno della funzione di Autorità nazionale di pubblica sicurezza e nel binomio prefetto-questore quella delle due autorità provinciali, la legge ha compiuto una chiara scelta di campo, peraltro comune a tutti i Paesi a democrazia avanzata, dando un “ordinamento civile” alla funzione di polizia, con una posizione di assoluta centralità nella difesa delle garanzie di libertà, che, in uno stato democratico, sono un diritto del cittadino.
Le leggi di riforma della pubblica amministrazione hanno proposto l’idea di un’amministrazione che “si fida” dei cittadini e ne ricerca la partecipazione per migliorare l’efficacia e l’efficienza dei servizi. Queste idee camminano e diventano “comune sentire” anche nel campo del sistema-sicurezza del Paese, che prevede oggi un rapporto sempre più trasparente col cittadino e, nel contempo, ricerca spazi di collaborazione e condivisione.
Oggi la sicurezza è vissuta sempre meno come strumento statico volto a preservare la pubblica tranquillità e sempre più come fattore dinamico, come garanzia per la piena esplicazione dei diritti e delle opportunità dei singoli, come condizione per lo sviluppo economico e sociale dell’intera collettività, come strumento per migliorare la qualità della vita.
Meno “militarizzazione”, più “integrazione” sul territorio, secondo modelli riconducibili al concetto di polizia di prossimità. Avvicinare, quindi, le istituzioni al cittadino per comprendere le sue esigenze e individuare, nei limiti del possibile con la partecipazione operosa dei soggetti interessati, le soluzioni da loro stessi condivise e quindi senz’altro più adeguate e opportune.
La polizia è oggi un’istituzione che trova forza e consenso soltanto se è in grado di assicurare i diritti dei cittadini nei confronti dei non-cittadini, cioè della società civile nei confronti di coloro che si pongono all’esterno di essa, vivendo “al di fuori delle regole”.
Bisogna ispirare, quindi, tutta l’azione della polizia ai canoni della prossimità, che prevedono risposte alla domanda di sicurezza più ampia e articolata rispetto a un mero dato operativo e presuppongono un diverso approccio culturale e una nuova filosofia comportamentale dei professionisti della sicurezza.
Dal 1981 a oggi ci sono state ulteriori evoluzioni sociali rispetto a quelle che hanno portato alla riforma. Crede che l’assetto stabilito 25 anni fa sia ancora adeguato alle esigenze sociali odierne o pensa che in futuro serviranno altre modifiche alla normativa in vigore?
La legge di riforma ha avuto il grande merito di porre al centro del concetto stesso di pubblica sicurezza il cittadino, dando il via alla “percezione corale della sicurezza”. Aiutaci ad aiutarti non è mai stato solo uno slogan, ma un programma per un “comune sentire” tradotto in organizzazione, potenziamento di servizi e collaborazione. Non c’è demagogia nella voglia di creare un rapporto sempre più trasparente con ogni persona ricercando spazi di condivisione e offrendo servizi adeguati per tutte le età e speculari alle realtà tecnologiche in continua evoluzione, come il “Commissariato di PS on line”, iniziativa inimmaginabile solo fino a qualche anno fa, oggi patrimonio del quotidiano.
È chiaro che il concetto di globalizzazione non è un’astrazione filosofica ma una realtà. La Polizia di Stato deve essere costantemente attenta a nuovi bisogni, a differenti esigenze dettate anche dai profondi cambiamenti provocati dal fenomeno dell’immigrazione, che ha introdotto diversità etnico culturali e sociali. L’attività di prevenzione come fattore di stabilità comincia a coinvolgere tutti i soggetti, pubblici e privati, e si ispira a un’idea di controllo del territorio come riappropriazione di un bene comune, attraverso l’integrazione e la vicinanza più che la militarizzazione: la “polizia di prossimità” diventa, così, un modo di pensare e di agire di ciascun poliziotto e anche una nuova categoria di approccio e di comunicazione con il cittadino. La riforma è stata ed è un “faro”, un punto cardine, nel percorso che ha portato al rinnovamento dell’Amministrazione della pubblica sicurezza ma non può certo considerarsi  un punto di arrivo. La società cambia e lo sforzo da fare è saperne costantemente interpretare i bisogni e le esigenze. Siamo perciò proiettati verso il futuro con progetti, programmi, idee, che possano rispondere alle sfide che le trasformazioni sociali ci prospettano. A volte, naturalmente, i progetti hanno bisogno di nuovi strumenti normativi, soprattutto per adeguare quei settori dell’apparato che, col tempo, mostrano di non rispondere più appieno alle effettive esigenze.
In questi anni, in Italia, il “sistema sicurezza” sta profondamente cambiando. Oggi, assicurare adeguati profili di sicurezza significa cercare risposte non più limitate alla sola azione condotta dalle forze di polizia. Significa  garantire, attraverso una pluralità di interventi, condivisi e coordinati tra loro, una azione “corale” di tutte le forze sane della società, istituzionali e non, adeguata, da un lato, ad affrontare le diverse, complesse problematiche della vita collettiva, dall’altro a realizzare un concreto sistema di prevenzione. Si parla perciò di “sicurezza partecipata”.
La “polizia di prossimità” si pone come uno dei modelli di partecipazione, concorrente alla elaborazione di una giusta risposta alla domanda di sicurezza da parte della collettività: è una nuova metodologia operativa connotata, fondamentalmente, da un più marcato carattere di attenzione e di vicinanza alle esigenze del cittadino.
In questo settore noi abbiamo gettato alcuni semi ma, naturalmente, il concetto di “prossimità” può e deve ancora evolversi.
Crede che dagli istituti di istruzione e dalle scuole di specialità della polizia sia uscita davvero una generazione di poliziotti capace di svolgere un ruolo europeo, così com’è richiesto dalla situazione odierna?
Il campo della formazione è forse quello in cui più stiamo investendo perché riteniamo che sia l’enzima del cambiamento. Il livello culturale delle donne e degli uomini della polizia è oggi davvero elevato, così come profondi e variegati sono i loro interessi nei campi più disparati (dall’informatica alla psicologia, dalla comunicazione alle lingue straniere). I corsi professionali poi contribuiscono a forgiare poliziotti in grado di fare la loro parte con competenza e sensibilità nelle sfide che il secolo che viviamo ci propone. “Sicurezza partecipata” significa aprirsi a intelligenti forme di partenariato, e ciò che si è avviato negli ultimi anni con il mondo accademico nel campo della formazione contribuisce in modo determinante alla preparazione di un poliziotto aperto a una dimensione nuova. Una dimensione dove si trovano concetti come “task force”, partner, pianificazione, condivisione di un progetto. Questa dimensione consente al poliziotto di essere con piena consapevolezza in Europa, cittadino tra i cittadini, poliziotto tra i poliziotti.
Quali sono gli obiettivi futuri da raggiungere?
Se mi chiede, in sostanza, dove sta andando la polizia, forse la risposta più appropriata è che si muove, con consapevole determinazione, al passo con i tempi e con gli inevitabili mutamenti degli scenari. Ogni riforma è un “divenire”: quella del 1981 ha disegnato un’istituzione flessibile, che per essere fedele a se stessa deve essere in grado di adeguarsi con sistematicità al nuovo.
Che meriti hanno avuto in questi anni i sindacati di polizia?
Hanno saputo interpretare esigenze e bisogni, ma anche le aspirazioni degli operatori di polizia. Hanno contribuito a proiettare all’esterno una nuova immagine degli appartenenti alle forze dell’ordine, più vicina a quella dell’operatore sociale ben inserito nel tessuto sociale. Hanno fatto dell’amministrazione un’azienda attenta ai problemi della società.
Quanto l’innalzamento del livello culturale dei poliziotti ha contribuito all’avanzamento del concetto di polizia di prossimità?
Quando ho intrapreso il mio cammino professionale, negli anni ’70, il livello tendeva al basso: il diploma di scuola media superiore era un’eccezione, la laurea una rarità. In quegli anni ho incontrato molti validi collaboratori che facevano il proprio lavoro con passione e sopperivano magnificamente alla mancanza di solidità culturali. Alcuni potevano cadere sull’uso del congiuntivo, ma erano provvisti di “mestiere”. Molti validi poliziotti di oggi devono la loro professionalità anche alla fortuna di aver lavorato a fianco con colleghi anziani di quel tempo, che hanno insegnato loro “ciò che non si trova nei libri di testo”. Oggi l’innalzamento del livello culturale generale è sotto gli occhi di tutti. La polizia è ormai fatta di professionisti della sicurezza, giuristi, biologi, medici, ingegneri, psicologi, analisti. I giovani agenti sono almeno diplomati, spesso sono studenti universitari. Questo incide positivamente sulla realizzazione dei progetti di prossimità; alla base c’è infatti il comune denominatore della vicinanza al cittadino, del dialogo, dell’interpretazione dei suoi bisogni. Tutte qualità del poliziotto che si sviluppano con la sua crescita culturale.

01/04/2006