di Giulia Bertagnolio

Internet point: il mondo in un punto

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Ovunque aprono locali per chi vuole navigare sul Web o telefonare a basso costo in tutto il pianeta. In Italia già avviata la regolamentazione con il “decreto Pisanu”

Internet point: il mondo in un punto

Il primo, Cyberia, ha aperto i battenti nel ’94 a Wilfield street, nel cuore di Londra: una sala, 10 computer e 4 macchine per il caffè. È stato subito boom. Centinaia di Internet cafè simili sono spuntati come funghi in tutto il mondo tanto che oggi si può accedere alla Rete nei luoghi più impensati: c’è un “rifugio telematico” sulla cima dell’Everest, due locali nell’isola semideserta di Tuvalu nel Pacifico. C’è il mitico The old forge arroccato sulle montagne della Scozia e raggiungibile solo in barca, lo sperduto Rachael Atkinson di Broome in Australia costruito a 200 chilometri dal più vicino centro abitato. A Toubacourta, in Senegal, è stato inaugurato Lynda, primo cybercafè rurale dell’Africa occidentale, mentre in Cile la biblioteca Central de Ciegos finanzia il primo Internet point per non vedenti dell’America latina. Si chiama No see cafè. 
All’Internet center ci si va per incontrarsi, inviare e-mail, aggirarsi nella Rete in cerca di informazioni generalmente con macchine capaci di collegarsi ad alta velocità. Le cifre riportate dal sito cyber-cafe.com, megaportale che dal ’98 raccoglie dati e indirizzi sugli Internet point, parlano di una tendenza globale: attualmente esistono quasi 4.300 locali sparsi in 140 Paesi. I più numerosi sono quelli d’Europa, seguono Asia, Nord America, America latina. Le ragioni del successo non sono ovunque le stesse. In certe zone il consumo è alto per via della forte presenza di immigrati che attraverso il pc comunicano con i familiari, in altre dipende dalla diffusa mania per il digitale che spinge a connettersi al Web più volte al giorno e nei posti più inaspettati, in altre ancora è legato alla scarsa presenza di pc nelle abitazioni più che a un costume sociale.
Sebbene gli italiani non ... ...


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01/12/2005