Antonella Fabiani

Cosa Nostra dallo psicologo

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Come funziona la mente di un mafioso. Lo spiega un esperto del campo, il professor Franco Di Maria

Cosa Nostra dallo psicologo

Che la mafia sia un fenomeno da sempre all’attenzione di storici, giornalisti e scrittori è tradizione. Ma che a occuparsene siano gli psicanalisti può risultare una novità: in realtà da alcuni anni ne “indagano la psiche”, attraverso le parole dei pentiti, un gruppo di psicologi dell’Università di Palermo. A farne parte è Franco di Maria, professore di psicologia dinamica, (curatore del volume La Polis mafiosa, ed. Franco Angeli) che parla di questo diverso modo di affrontare la criminalità mafiosa, della mentalità degli uomini di Cosa Nostra e di come sia cambiata negli anni.

È possibile uno studio psicologico dell’organizzazione mafiosa?
Sì, è possibile osservarla nei suoi meccanismi di trasformazione, nella sua capacità di riprodursi a livello sociale. È un sistema, quello mafioso, che rispetto ad altri riesce a formare la personalità degli individui e a ottenere consenso. Per questo possiamo parlare di polis mafiosa, cioè una dimensione invisibile, una trama sullo sfondo della realtà sociale; un’organizzazione che ha come matrice il sentire mafioso.

Cosa è il sentire mafioso?
Non ha a che fare con la mafia in quanto organizzazione criminale ma è un modo di concepire le relazioni secondo dei codici di natura psicosociale che si fondano su un principio molto forte: tu mi dai la tua fedeltà e io ti do la mia protezione. È un pensiero di tipo inconscio, nel senso che di pensiero mafioso siamo intessuti tutti, anche chi non lo è. Una sorta di valore positivo, di rassicurazione che ha radici in un codice di tipo materno; non a caso nel linguaggio mafioso si parla di mammasantissima, di famiglia. La mafia è femmina, non maschio, perché alla base dell’organizzazione mafiosa c’è una concezione materna delle relazioni; ti do protezione, ti nutro, ti proteggo in cambio mi devi dare la tua fedeltà e la tua totale ... ...


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01/07/2005