Marina Graziani

Quanto ci sentiamo sicuri

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In un’intervista il vice capo della Polizia, Antonio Manganelli, illustra le strategie del Viminale per migliorare la vivibilità delle nostre città.

Quanto ci sentiamo sicuri

Ristoranti, cinema e  teatri sempre affollati e strade piene di gente, anche d’inverno quando il clima lo consente, eppure, sembra incredibile, l’Italia è un paese dove la sera si esce di casa con timore. È quello che emerge dall’indagine dell’Istat sulla sicurezza dei cittadini. Quando si parla di sicurezza la lettura dei dati richiede molta attenzione per non rischiare una rappresentazione della realtà parziale e fuorviante. Spesso infatti ciò che emerge dai dati non coincide nè con il livello di sicurezza reale nè con quello percepito dal cittadino. Il vice capo della Polizia Antonio Manganelli ci spiega perché.

Prefetto, oggi spesso si distingue tra criminalità ufficiale e criminalità percepita. Ci spiega qual è la differenza?
La prima è rappresentata dalla fotografia dei dati ufficiali sui crimini commessi, ricavabili dalle denunce dei cittadini e dalle autonome attività delle forze di polizia e della magistratura. Questa rilevazione ha un limite nel così detto “numero oscuro” dei reati, cioè dell’insieme di delitti che, per diversi motivi, non arrivano a conoscenza degli uffici che raccolgono le segnalazioni. Va detto però che il “numero oscuro” non varia, in percentuale, significativamente nel corso di periodi temporali anche abbastanza lunghi. Quindi, i dati ufficiali possono essere considerati dei misuratori della sicurezza reale abbastanza affidabili.
La criminalità percepita, invece, è un dato soggettivo, che varia per ciascuno di noi e indica la quantità di reati che ogni persona ritiene vengano commessi in una determinata realtà. È chiaro che è un dato influenzato dalla sensibilità personale, dalle caratteristiche

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01/02/2004