Franco Cosentino

Storie di curve

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Vanno allo stadio solo per sostenere i colori della propria squadra con cori, striscioni, tamburi ma anche con pugni e bastoni. Sono gli ultras, i tifosi irriducibili sempre pronti ai tafferugli

Storie di curve

Uniti legneremo tutti rossoblu. Ancora sangue; questo il vero significato della parola ultras. Niente latino (nella lingua di Cicerone ultra significa al di là, oltre) e nessun riferimento al movimento politico francese post-restaurazione. Solo un suono accattivante letto da un tifoso sampdoriano su qualche libro diventato uno slogan comprensibile e accettabile anche ai compagni di curva meno studiosi. Era il 1969 e a Genova nasceva il primo gruppo ultras. Nel giro di pochi anni il pubblico dello stadio si trasformerà in una moltitudine di clan riuniti per territorio urbano o fede politica sotto l’unica bandiera della squadra del cuore.
In realtà già nel 1951 a Torino, i Fedelissimi granata avevano dato vita a un club che riuniva i più sfegatati torinisti ma è solo con la fine degli anni Sessanta, grazie anche alla spinta di allenatori, primo su tutti Helenio Herrera, e società, che entra in campo il dodicesimo giocatore. La convinzione che giocare al ritmo di canti e tamburi fosse stimolante per i giocatori si era affermata in Sud-America, patria della torcida e terra di provenienza di diversi maghi del ca

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01/08/2004