Cristina Di Lucente

Non ci casco!

CONDIVIDI

Le truffe agli anziani rappresentano un reato ignobile contro chi è più vulnerabile. Per contrastarle è fondamentale un’efficace strategia preventiva e repressiva

pp01 03-20

L’ultima in ordine cronologico, in tempi di Coronavirus, è quella dei finti impiegati ats che girano i comuni della Lombardia suonando alle porte e fingendo di essere stati inviati per eseguire i tamponi a domicilio, allo scopo di verificare la presenza del famigerato Covid-19: le truffe perpetrate nei confronti delle persone anziane assumono le forme più svariate, accomunate dall’unico denominatore comune di essere commesse da individui senza scrupoli, disposti a tutto pur di arricchirsi illecitamente. 

L’imbroglio è servito
Nel mirino sono spesso abitazioni di condomini situati in zone metropolitane periferiche, dove vivono anziani che talvolta non parlano con nessuno da giorni al di fuori delle persone che interessano per piccole faccende quotidiane. Quando alla porta si presenta un uomo ben vestito, munito di tesserino attaccato al gilet, che si spaccia per l’ispettore Rossi e afferma che nel palazzo sono state arrestate alcune persone con l’accusa di furto, la signora Lucia non ha motivi per non crederci, specie nel momento in cui il “poliziotto” le mostra un portafoto di sua proprietà che sostiene di aver rinvenuto nell’androne del palazzo. Subentra una sensazione di disagio, il forte sospetto di aver subito un ladrocinio; alla riconsegna dell’oggetto – abilmente sottratto poco prima con un piccolo gioco di prestigio – ogni resistenza residua viene completamente scardinata e la volontà della (ormai) vittima dipenderà completamente dal truffatore. Il passo successivo è formulare la domanda: «Vogliamo verificare insieme se hanno preso anche dei soldi o l’oro di famiglia? Vada a controllare», e dopo aver eseguito quello che in realtà è un comando, attraverso tecniche collaudate per distrarre la malcapitata, il truffatore si allontana in fretta con il bottino. Un altro “classico” del raggiro porta-a-porta è la simulazione di un malfunzionamento nell’impianto del gas, prontamente provocato da un falso addetto alla manutenzione: «Lo sente questo odore signora? La perdita è anche qui», seguita dall’affermazione: «Prenda tutto il suo oro e lo metta sul tavolo, altrimenti si annerisce. Dobbiamo inserire una sostanza nel circuito del gas»; poi all’anziano viene fatta indossare una mascherina e condotto in un’altra stanza; per finire, come da copione, la fuga. 

Le truffe “a domicilio”, secondo gli esperti le più difficili da sventare, non rappresentano l’unico modus operandi dei malfattori. In altri casi “l’aggancio” avviene in luoghi dove le circostanze possono favorire il momento di debolezza, ad esempio le vicinanze di studi medici o di uffici postali. In quest’ultimo caso, un finto impiegato avvicinerà l’anziano con la scusa di controllare se le banconote siano state elargite correttamente e con tono confidenziale dirà: «Il direttore sta per essere licenziato, è un poco di buono, meglio contarle». E dopo la consegna il resto è un gioco da ragazzi. 

Semplici e inafferrabili
Di più semplice realizzazione rispetto alle rapine o ad altri reati contro il patrimonio e con un numero imprecisato di potenziali vittime per quella che in gergo giuridico si definisce “condizione di minorata difesa”, questa tipologia di truffa è, a detta degli investigatori, tutt’altro che agevole da analizzare. Gli anziani si trovano spesso in una condizione di vulnerabilità e sono dunque il facile bersaglio di chi si presenta loro con modi affabili e buone doti comunicative, tanto che a cadere nella trappola sono anche persone di assoluta capacità, come ex professionisti in pensione sopraffatti dalla portata criminale di questi abili manipolatori.   

L’obiettivo della truffa punta a piccoli risparmi, gioielli di famiglia, affetti che la vittima conserva in casa e a cui tiene particolarmente: «Non si tratta solo di una perdita economica, talvolta neanche di particolare rilievo, ma il sentirsi violati all’interno delle mura domestiche – spiega Marco Martino, capo della Squadra mobile di Torino – Le truffe, a differenza di altri reati più incisivi le cui cifre mostrano una tendenziale diminuzione sul territorio, seguono invece un andamento costante». Le difficoltà, da parte degli inquirenti, si presentano a cominciare dalla possibilità di seguire per intere giornate gli autori di questi reati, riuscendo a coglierli nella cosiddetta “flagranza”, mentre cioè stanno commettendo il delitto. Un’altra criticità è data dalla fragilità delle vittime che fa sì che non riescano ad avere un ricordo nitido per identificare i colpevoli, persino nell’immediatezza del raggiro: un problema nella fase dibattimentale di un processo. Infine, un’ulteriore complicazione per le indagini emerge quando si è di fronte a gruppi organizzati in vere e proprie bande criminali.

Professione: truffatore
Chi sono i truffatori? Persone che utilizzano tecniche di persuasione come dei venditori provetti, che sanno convincere gli altri ed essere così specializzati da ricorrere alla programmazione neurolinguistica (pnl), sanno quindi quali parole utilizzare per riuscire a “fare breccia” nella soglia di diffidenza che, naturalmente, viene alzata nei confronti di uno sconosciuto che piomba in casa all’improvviso; scaltrezza e qualche piccola abilità da prestigiatori, come spostare oggetti con maestria, completano il “curriculum”. Insomma, dei veri esperti del plagio la cui provenienza non è attribuibile a zone particolari del Paese; bisogna considerare anche le organizzazioni con aderenze extranazionali, ad esempio in Polonia e in Germania: è il caso della telefonata del finto avvocato che chiama l’anziano paventando l’incidente provocato dal figlio o dal nipote e richiede con urgenza una somma di denaro necessaria come cauzione per il suo rilascio, dal momento che sarebbe stato trattenuto in caserma. «In questi casi ci sono diversi soggetti che operano – prosegue Martino – I “collaboratori” estrapolano numero di telefono e indirizzo della vittima, simulano il ruolo nella telefonata, verificano la presenza di un figlio o un nipote facendo ricerche sui profili social e incrociando una serie di dati. Chi si presenta sull’uscio per il ritiro del denaro o, in alternativa, dell’oro è il cosiddetto “tiratore” cioè l’anello di una catena». Sventare questo tipo di organizzazioni è più complesso rispetto a chi agisce solo sul proprio territorio, per questo la Polizia di Stato deve ricorrere ad algoritmi avanzati come il Sari (Sistema automatico di riconoscimento facciale) che aiuta a selezionare le immagini individuando possibili autori tra quelle presenti nella banca dati della polizia scientifica. 

Per quel che riguarda le sanzioni, le truffe non ne prevedono di particolarmente severe: trattandosi di reati contro il patrimonio, difficilmente si raggiungono i 5 anni di detenzione ed è altrettanto difficoltoso dimostrare l’ipotesi associativa che porterebbe a una pena più elevata. 

La Squadra mobile lavora anche con le Divisioni anticrimine per applicare le misure di prevenzione patrimoniale che colpiscono gli autori dei reati con provvedimenti da parte del tribunale, sequestri preventivi e confische per la sproporzione dei valori di cui dispongono rispetto al tenore di vita, che si aggiungono ai provvedimenti emessi dell’autorità giudiziaria: «Attraverso questo doppio binario sanzionatorio, una volta dimostrata la pericolosità sociale di questi individui, vengono colpiti nei beni personali: per loro la nota più dolente» afferma il poliziotto della questura sabauda. 

Una strategia efficace
Gli operatori di Squadre mobili e volanti insistono molto non solo sulla prevenzione con controlli mirati presso poste, mercati rionali e altri possibili luoghi di “aggancio”, ma anche su attività repressive nei confronti di chi, anche in passato, ha commesso questo tipo di illecito. La questura di Torino, sulla base dei risultati positivi ottenuti da Milano, ha avviato da circa un anno e mezzo il progetto Medusa, per far emergere in maniera più concreta e analitica il fenomeno: sistematicamente viene classificato ogni singolo evento, gli autori dei reati e si cercano le sovrapposizioni e coincidenze sulla base delle immagini registrate dalle telecamere nei luoghi in cui avvengono le truffe; si realizza quindi una scheda dove sono suddivise per tipologia, metodo e vittima colpita. Questa immediatezza nella gestione porta a individuare fasce plausibili di autori e a indirizzare le indagini nel modo migliore, determinando zone e fasce orarie e fornendo identikit, dove le immagini dei sospettati vengono diffuse tra tutti i poliziotti che operano sul territorio. «Applicando questo sistema abbiamo già registrato risultati importanti che indicano una contrazione dei reati nella nostra provincia – afferma Martino – un esempio concreto è il caso di alcuni sinti di origine piemontese: grazie a un’azione congiunta di controlli intensificati presso alcuni campi nomadi effettuati con il Reparto prevenzione crimine e l’Ufficio volanti del commissariato, la loro azione è stata scoraggiata». Se questa strategia sta dando buoni frutti contro i truffatori seriali locali, di fronte all’azione dei “pendolari” che partono da altre città è necessario un lavoro in collaborazione con altre questure: i colpevoli vengono “accompagnati” nel luogo di partenza e fatti arrestare dagli operatori delle province di provenienza. «Abbiamo coinvolto tutti i settori interni che possono contribuire a incrementare i risultati del progetto e sono in corso incontri con associazioni di categoria e parrocchie, perché Medusa prevede anche una fase di prevenzione – spiega il capo della Mobile – queste istituzioni partecipano a divulgare informazioni che possono raggiungere e allertare le potenziali vittime». Affinché questa attività di informazione sia produttiva, deve essere ripetuta nel tempo. Una formazione ad hoc è molto importante per i poliziotti che trattano questi reati, a cominciare dalla 5^ sezione della Squadra mobile, che si occupa dei reati contro il patrimonio; quando si verificano è necessario far scattare immediatamente uno specifico protocollo che prevede il coinvolgimento repentino della Scientifica per le impronte e il raccoglimento, nell’immediato, di quanti più dati possibile: immagini e dichiarazioni di vicini ed esercenti potranno aiutare a ricostruire un quadro completo che talvolta permette di risalire anche a situazioni precedenti rimaste senza un colpevole. 

Un altro aspetto non trascurabile è la modalità di approccio nei confronti delle persone colpite: è necessario stabilire un contatto amichevole. Spesso gli anziani vengono ricontattati anche in momenti successivi dagli operatori, consapevoli del fatto che essere truffati nella propria abitazione li renda particolarmente vulnerabili. Spesso l’anziano si sente infatti responsabile del furto subìto e tende a far ricadere su di sé la colpa per la perdita dei beni dell’intera famiglia, come stava accadendo a una signora residente nella periferia di Torino dopo aver consegnato l’intero patrimonio risparmiato nel corso degli anni, quasi due chili in lingotti d’oro, a un’abile truffatrice. «Non posso dimenticare la sua disperazione, e poi, successivamente la grande riconoscenza e l’affetto che ci ha dimostrato quando siamo riusciti ad aiutarla – conclude il capo della Mobile – Per lei siamo diventati come persone di famiglia».

__________________________________________________________________________

Stop crime: È bene parlarne
Un protocollo d’intesa con il comune di Campobasso per promuovere iniziative di assistenza agli anziani vittime di truffe, compensazioni per i danni subiti, la garanzia degli interessi legali e sociali: tutto questo è Stop crime, stipulato dalla prefettura del capoluogo molisano in collaborazione con le forze dell’ordine. L’iniziativa interforze ha visto la partecipazione di Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri e Guardia di Finanza, prevedendo una serie di appuntamenti partiti a novembre 2019 e proseguiti fino allo scorso gennaio presso i centri sociali per anziani di Campobasso. Gli incontri, “gettonatissimi”, si sono svolti in termini di assoluta convivialità da parte degli operatori della Polizia di Stato che hanno dispensato consigli su cosa e come fare e quali cautele adottare nel caso di un tentato raggiro o quando si è nel dubbio. Tra i poliziotti che hanno partecipato, anche un testimone speciale, Vincenzo Tancredi, ispettore presso la questura di Torino con una lunga esperienza nel servizio “fasce deboli” dell’ Upgsp (Ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico), nonché autore di due volumi Io non abbocco e In bocca al lupo, dove descrive in una serie di episodi emblematici la tipologia di avvicinamento ed esecuzione dei truffatori, un’idea maturata a forza di “salire scale, suonare campanelli e sentire racconti amari”. Oltre agli incontri, il progetto prevede anche una fase analitica con la mappatura delle truffe e la realizzazione di un report che grazie alla geolocalizzazione dei reati stabilisce un quadro d’insieme per ottenere un patrimonio informativo completo da poter condividere. «Abbiamo già registrato dei feedback positivi – afferma Raffaele Iasi, dirigente della Squadra mobile – molti reati commessi in questo periodo rimangono dei meri tentativi. Chi commette questo tipo di reato conta spesso sul “mordi e fuggi” e sul fatto che l’anziano sia privo di difese; da queste parti le persone sono molto affabili, di cuore e abituate ad aprire la porta di casa: questa attitudine qualche tempo fa ha portato, in occasione del censimento, a un’intensificazione del fenomeno». Secondo il poliziotto, in un’ottica preventiva è importante divulgare attraverso i media anche gli episodi negativi, per far percepire chiaramente alla potenziale vittima i rischi nei quali può incorrere; allo stesso tempo questa enfasi divulgativa rappresenta un invito ai familiari a fare “rete” non lasciando soli gli anziani. 

__________________________________________________________________________

Prevenire con i media
La Polizia di Stato è impegnata da tempo nella tutela delle categorie più vulnerabili facendo prevenzione attraverso la comunicazione mediatica. Per questo ha realizzato una serie di campagne istituzionali con testimonial d’eccezione, che hanno messo la loro visibilità al servizio della causa. Lino Banfi ha prestato la sua simpatia di nonno alla realizzazione di diversi spot scritti dall’Ufficio relazioni esterne e girati dal regista Paolo Carrino. Che si tenti di distrarre la vittima per strada o che si violi la sicurezza domestica dell’anziano, il fine è quello di spezzare la quotidianità, creare una situazione diversa dal concreto, generare confusione. Colti di sorpresa, anziani totalmente autosufficienti vengono imbrogliati in situazioni che, con il senno di poi, faticano ad accettare. Alcuni facili accorgimenti possono risultare decisivi: chiedere credenziali e verificarne l’attendibilità al telefono quando con una scusa degli sconosciuti vogliono entrare in casa; evitare conversazioni pretestuose di persone mai viste appena ritirato del contante. La successiva campagna è stata raccontata con lo stile tagliente e inconfondibile del conduttore televisivo romano Gianni Ippoliti: poche indicazioni ma precise, e il motto “non siete soli, chiamateci sempre!”. Non solo un invito alle potenziali vittime a rivolgersi alla polizia, ma anche un suggerimento ad amici e parenti a non lasciarle sole.
Nicola Marchetti

10/03/2020