Chiara Distratis

Quasi pari

L’evoluzione delle condizioni lavorative delle poliziotte grazie al lavoro del Comitato per le pari opportunità

att00-12-19

“Date alle donne occasioni adeguate ed esse saranno capaci di tutto”. La citazione di Oscar Wilde ci offre lo spunto per valutare se effettivamente in polizia si debba parlare ancora di differenze di genere o, forse meglio, di trattamento paritario tra i generi. Su quest’ultimo aspetto vigila dal 1997 il Comitato per le pari opportunità istituito dall’allora capo della Polizia Ferdinando Masone. 

Presieduto da una donna dell’Amministrazione, questo organo collegiale è composto, in pari numero, da membri delle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative e da funzionari della Polizia di Stato. Il Comitato è nato con il compito di proporre misure idonee a creare effettive condizioni di pari opportunità e di relazionare sulle condizioni oggettive in cui si trovano le lavoratrici rispetto alle mansioni, alla partecipazione ai corsi di formazione e aggiornamento, ai nuovi ingressi, al rispetto della normativa in materia di salute, con particolare riguardo ai rischi per la maternità. «La prima presidente del Comitato è stata Edvige Antodicola – ricorda Rossanna Farina, funzionario della polizia in pensione e in passato presidente del Comitato – Con lei si avviò una ricognizione, attraverso un questionario, su come le donne percepivano l’uniforme. Da quel momento anche il Comitato fu ascoltato per le questioni di vestiario». Ad Edvige Antodicola successe Dora Petrolino. Con lei alla guida fu fatto un censimento delle commissioni territoriali per le pari opportunità per verificare in quali città fossero presenti e che attività svolgessero e si cominciò a stabilire un collegamento tra le commissioni e il comitato centrale. In quella circostanza si scoprì che alcune province, una fra tutte Padova, erano molto attive e avevano intrapreso iniziative che potevano essere esportate in altri territori. «Durante la presidenza di Annunziata Morra – racconta ancora la dottoressa Farina – io lavoravo con lei alla Direzione centrale per gli istituti di istruzione ed ero diventata componente del Comitato. In quel periodo cadde il cinquantenario delle donne in polizia e tutte noi fummo coinvolte nella cerimonia a piazza del Popolo. Quando diventai presidente, dalla questura di Venezia vennero sollevate alcune problematiche relative alle funzioni di ordine pubblico riservate alle donne, decidemmo allora di fare un sondaggio per capire come le donne vivessero la loro posizione in polizia». Al questionario, distribuito dalle Commissioni provinciali per le pari opportunità, risposero circa 4.300 poliziotte in servizio presso tutti gli uffici territoriali, un terzo del personale femminile. Questo ha permesso di formulare un report finale che è stato curato da un poliziotto, Fabio David, dottore di ricerca in scienze sociali, dal quale è emerso che c’era un sostanziale gradimento degli incarichi e delle funzioni. Ci racconta ancora Rossanna Farina: «Grazie al mio incarico alla Scuola di perfezionamento per le forze di polizia scoprii che in Europa i dati disponibili relativi all’Italia erano estremamente parziali. Pensai di rimediare facendo tradurre un articolo di Poliziamoderna dove si faceva una fotografia della polizia al femminile corredata da dati. Presentai questo documento anche alla Conferenza mondiale delle donne in polizia del 2010 di Minneapolis (Usa) a cui l’Italia partecipò per la prima volta. Dal 2016 alla presidenza del Comitato c’è Maria Luisa Pellizzari che ci ha spiegato l’attuale modus operandi: «Ogni sei mesi la Segreteria del dipartimento della pubblica sicurezza, su input del presidente che a sua volta ha avuto mandato dal Comitato, richiede con una circolare tutti i verbali delle commissioni provinciali. Il Comitato a eccezione del presidente analizza i verbali estrapolando eventuali situazioni di criticità. Anche io, come presidente posso ricevere autonomamente sia direttamente da poliziotte o da sindacati segnalazioni di possibili discriminazioni. Prima delle riunioni acquisisco informazioni su questi presunti casi e chiedo alle relazioni sindacali di fare approfondimenti e verifiche. Il lavoro del Comitato è anche quello di verificare se sul territorio ci siano delle best practice: spesso può capitare che una questura metta in atto iniziative che possono essere messe a fattore comune su tutto il territorio. A Perugia, per esempio, c’è uno sportello dove una volta al mese vengono ascoltate eventuali segnalazioni. Stiamo monitorando i risultati ottenuti nel tempo per capire se sia possibile riproporlo altrove». Recentemente il Comitato ha aperto una casella di posta elettronica pec, comitatopariopportunita@pecps.interno.it, alla quale chiunque può segnalare eventuali problematiche e ha ottenuto uno spazio sul portale Doppiavela dove verranno inseriti documenti e iniziative di interesse sull’argomento. Altra novità è la digitalizzazione dell’archivio dell’attività del Comitato a cui sta pensando la segretaria, Tiziana Latino. «Attualmente ci riuniamo ogni sei mesi – specifica la presidente – Nota molto positiva: il monitoraggio cominciato un anno e mezzo fa, non sta evidenziando situazioni critiche. Abbiamo in animo di inserire, sulla piattaforma dove la Direzione centrale per gli istituti di istruzione carica i moduli e-learning per l’aggiornamento professionale, un modulo sulle pari opportunità, contenente tutta la normativa sull’argomento». 

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Io, vice capo donna

Abbiamo ripercorso con il prefetto Alessandra Guidi la strada che l’ha portata, in un ambiente prevalentemente maschile, a ricoprire, da maggio del 2017, l’incarico di vice capo della Polizia con funzioni di coordinamento e pianificazione delle forze di polizia.

Nella sua carriera ha trovato ostacoli?
Non ho trovato mai un’Amministrazione ostile né compagni di viaggio con pregiudizi; questo vale sia per i miei colleghi civili, sia per i poliziotti. Sono entrata nell’Amministrazione negli Anni ’90 e ho ricoperto incarichi in varie Direzioni fino ad arrivare al Gabinetto del ministro dove, prima della nomina a prefetto, ho completato la mia formazione. Il Gabinetto è un ufficio impegnativo in termini di contenuti ma anche di orari. Qui ho avuto capi, come i prefetti Carlo Mosca e Bruno Frattasi, in grado di intravedere l’importanza di  avere delle donne in squadra. Sempre in questo periodo ho lavorato con due donne fondamentali per il mio percorso: l’attuale ministro dell’Interno Luciana Lamorgese e il ministro Annamaria Cancellieri. Quindi, posso dire di non essermi mai sentita compressa nelle mie potenzialità, ma vincolata da oggettive condizioni di vita legate all’essere donna. 

I limiti arrivavano prevalentemente dagli impegni esterni al lavoro?
Questo è il  problema: l’organizzazione del lavoro e della società nel nostro Paese non supporta assolutamente le donne nell’impegno di fare figli e di crescerli e accudirli. Per me l’aiuto della famiglia è stato determinate. La mia rete protettiva è stata formata sia da quella di origine, i miei genitori mi hanno supportata costantemente nella gestione dei figli, ma anche da mio marito. Lui ha sempre avuto un atteggiamento altrettanto disponibile e non ha mai concepito il suo ruolo mettendo delle distinzioni tra i nostri compiti. Però, è innegabile che delle differenze di genere ci siano e le donne molto spesso non sanno come incastrare tutti gli impegni se non utilizzando aiuti esterni. Se bisogna dare alle donne le stesse opportunità degli uomini dobbiamo mettere tutte le donne in condizione di poterle sfruttare. Ci vorrebbero nidi nei posti di lavoro o contributi per pagare le rette, per fare un esempio. Lo stesso capo della Polizia Franco Gabrielli ama molto la collaborazione delle donne perché considera alcuni tratti della sensibilità femminile risolutivi. Il mio ruolo ne è un esempio, il coordinamento è la chiave di volta per far funzionare il sistema dell’Amministrazione della pubblica sicurezza ed è una partita che si gioca tutta sulla capacità di mediazione, compito che a noi donne riesce bene. 

Alle soglie del 2020 si deve parlare ancora di “quote rosa”? 
Finché se ne parlerà sarà una sconfitta. È un concetto che non amo, ma credo che in alcuni contesti abbia ancora un significato; magari accelerare i processi che sono già in corso ma che, se dovessero avanzare naturalmente, richiederebbero troppo tempo. Devo dire che l’amministrazione pubblica è molto più avanti: nel ministero dell’Interno, se non c’è già stato, a breve ci sarà il sorpasso delle donne sugli uomini. Anche nella Polizia di Stato già ci sono molte donne con incarichi importanti. Però una piccola notazione la voglio fare: partecipando alle procedure di avanzamento di carriera ho dovuto ancora sentire porre da parte di qualcuno, soprattutto appartenente alle vecchie generazioni, la domanda se una collega che abbia dei figli piccoli possa svolgere in modo soddisfacente un certo incarico. Perso che ora che nel Consiglio di amministrazione per l’avanzamento in carriera ci sono più donne, sarà più difficile che qualcuno faccia questa domanda. 

La violenza contro le donne è ancora un’emergenza pubblica. Cosa pensa delle campagne della Polizia di Stato sulla sensibilizzazione e delle iniziative di assistenza  per sostenere le vittime.
La polizia è stata un’antesignana, proprio perché la componente femminile, rispetto alle altre forze di polizia, è entrata prima. Bisogna evitare la vittimizzazione secondaria, questo credo sia il punto di svolta per far sì che il fenomeno possa intanto emergere in tutta la sua dimensione reale, perché ci sono sì l’intimidazione e la paura che nascono dalla violenza fisica e psicologica, ma anche il timore che la denuncia possa far entrare in un calvario che renda la vita ancora peggiore. Bisogna evitare che le donne che vanno a denunciare si sentano addirittura criminalizzate e in questo la Polizia di Stato ha sviluppato dei protocolli e un approccio di formazione molto avanzato che credo stia dando buoni risultati. 

03/12/2019