Maurizio Lorenzi*

La Bergamo criminale

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Ogni città nasconde il suo lato misterioso nelle menti delle persone che la abitano, ma soprattutto nei luoghi che la caratterizzano. Bergamo, città schiva e pigra a mostrarsi ai riflettori, da questo punto di vista non fa eccezione, circondata da una provincia popolosa in cui storicamente spiccano criminali eccellenti (si pensi a Vincenzo Verzeni, il primo serial killer accertato della Pianura Padana che fu oggetto dei primi studi del cosiddetto padre della moderna criminologia, ovvero Cesare Lombroso), ma anche fatti criminosi di eco nazionale (uno su tutti l’omicidio della piccola Yara Gambirasio). La città invece, fin da sempre, convive con due anime ben distinte, che si specchiano nella sua morfologia geografica. Una città nuova e moderna, costruita per aprirsi al futuro. Una città antica e medioevale, protetta da mura invalicabili per impedire allo straniero di insinuarsi tra le maglie di quel preciso territorio.

La prima è la cosiddetta “Città bassa”.

La seconda, “Città alta”. 

Due immagini speculari della stessa fotografia, come il suo negativo o positivo, espressione di un’ indole cittadina che ama vivere a pieni giri nel progresso mondiale ma appena può, si rifugia tra le mura di un borgo antico dove il tempo sembra realmente essersi fermato e ogni sorta di contaminazione deve saggiamente rimanere fuori da ogni portone.

Ed è proprio qui, dentro questa meravigliosa testimonianza storica firmata dall’Impero romano, perfettamente conservata e soprattutto miracolosamente preservata dalle moderne tentazioni edilizie, che si cela il lato misterioso della città. Quello autentico, in una sorta di ecosistema composto da pietre, viottoli e salite lastricate che si inerpicano in meandri in cui le epoche paiono scolpite in ogni dettaglio. Luoghi a portata di curiosità, così prossimi eppur così lontani dagli itinerari turistici che portano regolarmente i turisti nell’abitudinaria via Gombito, la strada che taglia in due l’antico abitato e conduce dalla Cittadella a piazza Mercato delle Scarpe, dove la funicolare scende verso città bassa. 

Nel borgo medievale, monumenti e fortificazioni si avvicendano in un gioco di incanto e fascino che riesce a disorientare a colpi di pura e intatta bellezza, ma che al calar della notte, si trasforma in un palcoscenico perfetto che lascia spazio all’immaginazione a tinte nere. Il luogo ideale dove il male oscuro sprigiona le sue scorie infilzandole nelle vite delle persone che prima o poi, è inevitabile, dovranno vedere la luce, al sorgere dell’alba, ma non senza aver fatto prima i conti con le tenebre annidate nel borgo.

Morale e perbenismo rischiano così di deragliare, in una città in fondo da sempre piccola e provinciale, aggrappata come non mai alla quiete superficiale di una pace apparente, di un ordine delegato alla religione e alla morale pubblica che riveste ogni cosa e che rende ogni individuo una persona per bene, fino a prova contraria. È qui che abita lo stato apparente delle cose, il velo dell’ipocrisia che copre ogni difetto, ogni increspatura dell’anima, ma che nella realtà dei fatti, potrebbe rivelarsi diabolicamente sorprendente, o semplicemente l’esatto opposto. Allora, quando arriva la sera, provate a salire a piedi in città alta, sfiorando la ruvidità delle mura veneziane che si affacciano sulla monotona Pianura Padana. Potreste scorgere il mondo diurno che si spegne e quello della notte che prende il sopravvento, mentre il Campanone batte i soliti cento rintocchi, ricordo dei tempi in cui le campane avvisavano l’imminente chiusura delle porte delle mura, confine ideale tra la vita (per chi riusciva ad entrare) e la morte (per chi invece restava fuori). Inoltratevi nelle vie dove fino a qualche decennio fa le prostitute esercitavano regolarmente alla luce del sole, dove le strade portano ancora un nome a loro riconducibile seppur epurato per motivi di morale pubblica. Salite all’interno della porta Sant’Alessandro che conduce al colle di San Vigilio, la sommità di città alta, dove venivano giustiziate le streghe e gli eretici nel corso del XVI secolo. Provate a sfiorare le pietre massicce dell’ex carcere di S. Agata, un monastero convertito a carcere nel 1802 e chiuso alla fine degli Anni ’70 perché dichiarato “inumano” a causa del duro trattamento riservato ai detenuti. Oppure, senza una meta precisa in testa e guidati dal silenzio della notte, lasciatevi condurre tra torri, piazze, fontane, rocche fortificate e palazzi nobiliari a più non posso.  

In fondo non avete nulla da temere. Sono tutti bravi cristiani a Bergamo, figuriamoci.

Laboriosi e bravi padri di famiglia.

Finché non arriva la notte.

E magari si sale in città alta.

E magari ancora, ci si imbatte in una copia di Poliziamoderna, abbandonata su una panchina delle mura. Chissà quale strana anima la stava sfogliando...

 

*Assistente capo coordinatore in servizio presso la questura di Bergamo, ha scritto diversi libri in cui si mescolano perfettamente elementi di cronaca e fiction. Il suo ultimo romanzo è un  thriller avvincente dal titolo “Il comunicatore”

24/10/2019