a cura di Antonella Fabiani e Cristina Di Lucente

La nostra storia

CONDIVIDI

Poliziamoderna compie 70 anni ed è una vera emozione parlare di una rivista che ha fatto tanta strada. Attraverso la testimonianza dei protagonisti siamo andati a ritroso nel tempo alla ricerca delle motivazioni che ne hanno determinato la nascita, nella convinzione che fin dall’inizio la Rivista ufficiale della Polizia di Stato è stata un’importante testimone dei passaggi della amministrazione della pubblica sicurezza, anche in rapporto alla realtà sociale.

70° la nostra storia 00

Nasce Polizia Moderna
di Antonella Fabiani
Polizia Moderna (scritta nella forma che conosciamo  dal 2003) fu ideata nel lontano 1948 da chi decise, a qualche anno di distanza dalla fine della Seconda guerra, che anche il Corpo delle guardie di pubblica sicurezza dovesse avere il proprio giornale quale “punto di incontro di quanti dedicano alla Polizia italiana la loro fatica diuturna”. 

Ripercorrere le origini è sempre difficile per mancanza di fonti dirette ma è la stessa Polizia Moderna ad aiutarci a ricostruire cosa successe nei mesi che precedettero l’uscita del primo numero nel gennaio del 1949: in un articolo pubblicato in occasione del trentesimo anno di vita, Vezio Lucchini, grafico e giornalista ora scomparso, racconta come lui, il tenente colonnello Giuseppe de Gaetano e  il maggiore Girolamo Quartuccio (che diverranno rispettivamente direttore responsabile e redattore capo nel lontano 1949) misero a punto nei locali della Scuola allievi ufficiali di p.s. a Roma l’impostazione grafico-giornalistica da dare alla nascente rivista. È lui a raccontare come definirono la testata, trovarono i locali dove si sarebbe fatto il giornale e organizzarono la  spedizione. «Ma il primo e fondamentale ostacolo era costituito dalla necessità di reperire i fondi necessari all’impresa – scrive Vezio Lucchini – si impostò allora una campagna abbonamenti puntigliosa e capillare che, sensibilizzando tutti gli appartenenti alla polizia raggiunse nel giro di poco più di tre mesi la quota di diecimila adesioni». Era quanto bastava per consentire di dare vita a questo progetto e così nel gennaio del 1949 uscì il primo numero dalla tipografia Tuminelli: con trentadue pagine e completamente in bianco e nero.  Non mancarono reazioni alla sua pubblicazione da parte dei lettori tanto che al terzo numero, quello del mese di marzo, in un editoriale viene puntualizzato il programma della rivista e cioè quello di far conoscere la vita operativa del personale di pubblica sicurezza, offrire uno strumento di lettura, di orientamento professionale e culturale in grado di essere portavoce dei problemi del personale di polizia che per necessità era a contatto con tutti i ceti sociali: «Uno specchio di informazione genuina di quanto in Italia e all’Estero si fa per rendere la polizia sempre più rispondente ai suoi fini». Nel gennaio 1952 il formato divenne più grande e comincia a comparire il colore che caratterizzerà le copertine a partire dal 1953. 

Piano piano con gli anni Polizia Moderna ha subito dei cambiamenti nel formato, nel numero delle pagine e nei contenuti. Diversi direttori si sono succeduti (da Giuseppe de Gaetano a Girolamo Quartuccio, da Remo Zambonini a Rocco Settanni fino a Enzo Felsani). Direzione, redazione e amministrazione si trovavano a Roma nella Scuola allievi ufficiali e sottufficiali di pubblica sicurezza (in via Guido Reni, 23 dove rimasero fino alla fine del 1986) con il direttore responsabile Giuseppe De Gaetano e il redattore capo Girolamo Quartuccio che diverrà il direttore nell’ottobre del 1954. Dal 1954 entrerà a far parte della redazione come redattore capo Francesco  Magistri che sarà una figura fondamentale che rimarrà fino alla metà degli anni Settanta accanto al direttore Enzo Felsani (divenuto direttore della rivista dal 1975). Nel frattempo la scuola ufficiali e sottufficiali nell’agosto del 1964 cambierà denominazione in Accademia del corpo delle guardie di p.s. e la rivista dal 1953 ingrandisce il suo formato e si arricchisce di copertine a colori.   

A ripercorrere il passato di Polizia Moderna, la sua organizzazione e vita redazionale ci viene in aiuto chi ci ha lavorato. Ci siamo messi all’opera per rintracciare, cosa non facile, i testimoni dell’epoca.

Maurizio Raja è stato uno di loro. Una carriera nella  polizia stradale preceduta da un periodo, dal 1972 al 1975, alla redazione di Polizia Moderna.  «Comandavo la compagnia della Scuola di polizia giudiziaria e investigativa di Milano – ricorda Maurizio Raja – quando l’ispettore di zona telefonò per comunicarmi che sarei stato assegnato all’Accademia, per le esigenze di Polizia Moderna. 

Quel nuovo, inusuale incarico sarebbe stata per me una non facile scommessa, ma potevo oppormi?  Iniziò così una esperienza che si rileverà coinvolgente: aiutato da tutto lo staff (una dozzina di persone, tra sottufficiali, appuntati e guardie) iniziai a districarmi in quel labirinto che spaziava dalle incombenze amministrative a quelle più squisitamente redazionali». 

«La rivista aveva una struttura semplice, a blocchi: una parte istituzionale, una di carattere tecnico professionale, alleggerita da articoli di carattere generale e, infine, una sezione che illustrava la vita dei reparti arricchita da rubriche destinate al personale. Prezioso era il contributo di funzionari ed ufficiali con articoli di notevole interesse nel campo della polizia scientifica, amministrativa e di tutti i settori della polizia».

«Accanto ai colleghi – continua Raja – alcuni collaboratori esterni di di grande competenza davano ulteriore prestigio alla Rivista con articoli di approfondimento in materie professionali.  Guidato dal redattore capo Magistri, che da più di tre lustri, con grande passione, dedicava alla rivista ogni  sua energia, imparai il lavoro di redazione: la creazione di titoli, occhielli, sommari, didascalie, la scelta delle immagini, la tecnica dell’ impaginazione (osservando il lavoro di Vezio Lucchini) senza contare l’impegno nella correzione delle bozze… (quante le corse in tipografia per apportare qualche taglio o per ridimensionare qualche fotografia). Ma gli articoli necessitavano di immagini e, pertanto, mi trovai sempre più spesso a fianco dei fotografi: l’appuntato Borsa (il veterano) e le giovani guardie Bartolomucci, prima, e Marabita, dopo. Curiosità e passione crescevano: spesso mi ritrovavo in camera oscura per apprendere dall’ efficiente appuntato Capomolla le tecniche di sviluppo e stampa. In seguito, con la collaborazione di Fernando Muscinelli, affermato grafico e fotografo romano (autore di cover dei dischi di alcune famosissime cantanti), la curiosità per la fotografia, alimentata dalla sua disponibilità, divenne interesse».  

«Il mio contributo si concluse nel gennaio del 1975 quando, desideroso di vivere l’attività della polizia stradale fui ammesso al corso di specializzazione a Cesena. Ero entrato a Polizia Moderna quasi a mia insaputa. Certamente non per libera scelta. Avevo vissuto quella esperienza con grande curiosità. Ne uscivo sicuramente arricchito (e anche con un pizzico di rimpianto…). »

Al capitano Maurizio Raja succede in redazione  Sergio Tinti, capitano anche lui, che dopo tanti anni ci racconta con piacere quei giorni:  «Ero stato trasferito da qualche mese dalla Scuola allievi guardie di Trieste a Roma come ufficiale del quadro permamente dell’Accademia  – spiega Sergio Tinti, ora in pensione – quando mi fu fatta la proposta da parte del generale Rocco Settanni, direttore della rivista, di collaborare con il redattore capo Magistri. Fino a quel momento ero stato solo un semplice lettore del giornale però, animato dalla curiosità di vedere come funzionava la rivista accettai. Piano piano cominciai a inserirmi nella vita di redazione: il lavoro consisteva nel corredare gli articoli con le fotografie, mantenere i rapporti con i collaboratori esterni alla rivista, seguire le manifestazioni e, una volta al mese, le fasi della stampa».  

Il 1975 fu un anno di cambiamenti per Polizia Moderna (alla direzione si alternarono in successione Rocco Settanni, Oreste Melli e infine Enzo Felsani) e di lavoro intenso all’interno del giornale: il formato della rivista fu ridotto per renderlo più maneggevole e le pagine da 43 passarono a 63, senza contare l’allarme del terrorismo che incombeva in quegli anni e che si cominciava a parlare di smilitarizzazione del personale di polizia. 

Soprattutto l’arrivo di Enzo Felsani significò oltre a un cambiamento nella direzione anche nei contenuti del giornale: «Lui era nostro generale sindacalista – spiega Tinti – interessato alla riforma del corpo delle guardie di p.s. che riuscì a far passare la rivista da un rigoroso militarismo degli anni precedenti verso contenuti più legati alla realtà sociale. 

Se fino a quel momento Polizia Moderna era un po’ la fotografia di quello che succedeva nei reparti e nella vita privata del personale e quindi presentava eventi militari, parate,  matrimoni o battesimi piano piano cominciò a cambiare la sua essenza più profonda». 

Dopo un anno anche il capitano Tinti decise di lasciare la rivista per la specialità della Stradale dove intraprendere un percorso operativo. Nel gennaio del 1976 arriverà Massimo Occello che diverrà redattore capo della rivista e poi direttore responsabile.  Ma è un altro capitolo della storia di Polizia Moderna.  


Una nuova crescita (1975-1993)
di Massimo Occello
Signor capitano, la cerca il comandante! Io ero allora (1975) ufficiale addetto all’Ufficio studi dell’accademia del corpo. 

Entro nell’Ufficio del generale Felsani, saluto la Bandiera e poi lui. Mi invita a sedermi e mi offre un caffè, cosa inusuale. Faccenda seria, sospetto. Lui parla dei corsi in atto e delle pubblicazioni interne. Arriva il caffè e sputa il rospo. Il tenente colonnello Magistri, storico redattore capo di Polizia Moderna, è prossimo alla pensione e deve essere avvicendato. Ha pensato a me. Vedo il mondo crollarmi addosso. Dico che non mi pare un incarico adatto a un giovane in carriera. Poco professionalizzante. Lui sorridendo risponde: «non sono i posti che fanno gli uomini, ma gli uomini che fanno i posti» e mi invita a riflettere. È determinato a rilanciare la Rivista di cui è anche direttore. Crede nella comunicazione. Vuole una persona che lo aiuti a sostenere il Corpo nel cambiamento in corso. Capisco che è prossimo a darmi un ordine e non mi conviene contrariarlo. Accetto «purché sia una cosa temporanea». Così a 26 anni diventai caporedattore di Polizia Moderna. Avevamo la stessa età. Anche lei, la Rivista, nata nel ‘49. La lasciai definitivamente solo vent’anni dopo da rappresentante legale dell’Ente editore, dopo averla diretta dal 1983 al 1993. Nel frattempo me n’ero innamorato. Credo di esserlo ancora. Di certo è stata la mia esperienza professionale più stimolante e formativa. 

Questi vent’anni, che abbracciano l’arco di cinque capi della Polizia (da Zanda Loy a Masone), sono divisi in due dalla Riforma del 1981, che i decreti attuativi completarono nel 1984: prima Polizia Moderna era il foglio del Corpo delle guardie di p.s. e il suo direttore era l’ufficiale comandante dell’Accademia, iscritto all’elenco speciale dell’Ordine dei giornalisti; dopo divenne il mensile di tutta l’Amministrazione della pubblica sicurezza. Un giornale vero, con un direttore giornalista, in grado di “allevare” altri giornalisti. Ne abbiamo formati una quindicina. 

In qualche modo, inaspettatamente, mi è capitato di essere il traghettatore tra queste due identità. Le cose andarono veloci. Nel 1982 la Redazione venne incorporata nella Segreteria del capo della Polizia  per volontà di Coronas: in visita all’Accademia (senza allievi dal 79 e non ancora divenuta Istituto Superiore, inaugurato nell’84), il prefetto passò anche in Redazione. Chiese come andasse la Rivista. Risposi che non poteva andare peggio. Dal cuore del Corpo, eravamo finiti in un ufficio stralcio. Fuori dal flusso informativo e senza mezzi. Per continuare a svolgere il nostro compito – azzardai – avremmo dovuto far parte del suo Ufficio. Due settimane dopo fummo trasferiti. Nel 1983, seguendo i consigli di Vezio Lucchini, il giornalista (mio maestro) che seguiva la Rivista dalla nascita e quelli di Massimo Signoretti, allora segretario dell’Ordine, fu possibile la mia iscrizione all’Albo come pubblicista, e diventai direttore, avvicendando il colonnello Salvatore Bucalo, che lo faceva dal 1980; a fine 84 – per volontà del prefetto Porpora – fui spostato al Viminale, nell’Ufficio relazioni esterne e poi, nel 1986 ci trasferimmo tutti nella nuova sede al Castro Pretorio, voluta da Coronas. Bellissima, costruita su misura per noi. 

A coronamento di dieci anni di impegno forsennato e senza tregua, in cui avevamo fatto tre cose insieme: raccontare l’Amministrazione in cambiamento, mantenere la fiducia dei lettori ascoltandoli sempre, dedicarci alla loro formazione professionale. E, in aggiunta, davamo una mano per altro (Festa della Polizia; organizzazione di eventi; filmati e programmi Rai; ricerca storica ecc.). In quegli anni iniziali (‘75-’84) c’era tanto futuro davanti, la voglia di far bene, la certezza di contribuire a un mondo migliore. Pochi soldi, tanto lavoro, entusiasmo. Soprattutto c’era la squadra. La “base” fu fornita dall’Accademia. Gente capace di lavorare sempre. Ciascuno eccellente nel suo campo. Pian piano arrivarono i rinforzi per la redazione e, più tardi, per l’amministrazione. Occupavamo quattro stanze al primo piano di via Pier della Francesca, che ci divennero strette. Una era riservata al “targhettario”. 

Un archivio di lastrine metalliche dove era inciso nome e indirizzo di ciascun abbonato. Una macchina li punzonava uno per uno. Recuperammo lo spazio, affidando l’archivio abbonati al Centro elettronico. La nostra auto era una vecchia 128 che quando pioveva diventava una piscina. Per scrivere, una sola macchina elettrica, con una memoria di tre righe. Il resto carta carbone e bianchetto.

Nondimeno la Rivista crebbe velocemente. Da 48 pagine arrivammo subito a 64 con più colore, la copertina divenne lucida e pesante. Sotto la spinta di Felsani (direttore fino al 1980) fu fatto un piano editoriale di inserti professionali da staccare, dove pubblicavamo aggiornamenti giuridici e tecnici di ogni tipo, che i lettori trovarono utilissimi. Preparati dai migliori specialisti disponibili (Mosca, Mazza, Luzzi, Tagliente, Taviani ecc.). Ma pubblicammo anche molta attualità: tutto il percorso dei Comitati di rappresentanza, le proposte di Riforma formulate dai partiti, i dibattiti parlamentari, i resoconti dei convegni, il riordino delle carriere e molto altro. E, dopo il 1981, tutti i decreti delegati con la loro spiegazione. Le lettere al direttore e la posta crebbero a dismisura. Infatti la tiratura cominciò a salire. Così potemmo fare qualche investimento. Primo tra tutti un profondo rinnovamento grafico. La parte fotografica e il colore curati meglio. Fu anche studiata una campagna pubblicitaria per spingere gli abbonamenti; anche verso le altre Forze di Polizia. 

Mentre questo accadeva, la Rivista viveva la vita della Polizia, in tutti i suoi momenti di festa, di lavoro e di lutto. Abbiamo registrato l’aumento delle violenze di piazza fino al culmine del 1975; l’entrata in clandestinità dei gruppi terroristici; la terribile vicenda Moro, che ha cambiato il corso di questo Paese; la crescita della lotta armata fino all’attacco alla Fiat nel 1981. 

Poi il clima muta a favore dello Stato: I pentiti e i dissociati, il successo dell’operazione Dozier, gli arresti di molti terroristi, i processi. Fino a che capimmo che quella battaglia era stata vinta, pur lasciandosi dietro una scia di sangue innocente. E qui voltiamo pagina e passiamo al secondo capitolo relativo al decennio ’85-’95. Il pericolo diviene la mafia e così il fulcro dell’attività. Nel 1987 arriva Parisi: grande sintonia con il ministro dell’Interno Scalfaro, grande forza e capacità organizzativa. Grande estimatore di Polizia Moderna, cui offre molte opportunità. Parisi vuole comunicare con il suo popolo e anche fuori, allo Stato e alla gente. Per il suo insediamento si prepara un numero particolare, che preannuncia idee e progetti. Lui stesso governa il passaggio. La Rivista ha credito e assume un ruolo più forte nel contesto delle relazioni. Il nostro contatto con la carta stampata e con l’informazione radiotelevisiva si amplia, mentre viene sostenuto il nostro sforzo con nuovi mezzi. Collaboriamo spesso anche con l’Ufficio stampa del ministro. Ricordo gli incontri con Tanino Scelba. Viene impostato un secondo rinnovamento editoriale, affidandoci a una consulenza esterna: la PRC di Antonio Di Raimondo e Carla Magrelli. La Rivista si adatta ai tempi: diventa più ricca, colorata e patinata, con molte più immagini. Si cambia tipografia per avere qualità, abbandonando il rotocalco per l’offset. Aumenta il numero dei collaboratori esterni ed entrano diverse firme note. La tiratura aumenta ancora, sia perché gli abbonamenti crescono seguendo l’andamento dei nuovi arruolamenti, sia perché nel 1988 il Dipartimento decide di acquistare un certo numero di copie per utilizzare gli inserti professionali come integrazione ai testi adottati nelle Scuole. Nel 1989 anche l’ufficio del capo della Polizia chiede di acquistare copie della Rivista da fare circolare negli ambienti esterni. La tiratura arriva a 45mila copie, che tende a salire in occasioni speciali, come la festa della Polizia. Anche alcune questure  vogliono avere disponibilità di copie per le loro relazioni. 

E noi assecondiamo il processo andando ogni mese in una questura diversa, o in altri reparti territoriali, anche di specialità. Facciamo delle “fotografie” redazionali molto accurate, intervistiamo sindaci, imprenditori, funzionari e singoli operatori. Consentiamo alle periferie di acquistare visibilità. Tutti possono esprimersi.  Anche in questo tempo ci sono grandi dolori: ricordo soltanto le stragi di Capaci e via d’Amelio nel 1992 e quella di via dei Georgofili l’anno successivo. Mentre avanza il percorso di Mani pulite. Infine le elezioni del ‘94, che portarono all’addio amaro di Parisi e all’avvicendamento con Fernando Masone. La mia direzione si conclude però nel 1993. Ho lasciato la direzione della Rivista nelle mani di Massimo Santucci, che mi aveva affiancato per 10 anni come redattore capo. Siamo amici e ci sentiamo spesso ancora oggi. Negli anni ‘94 e ‘95, come accennato, ho fatto l’editore di Polizia Moderna, cercando di consolidarne i risultarti economici e di bilancio, sotto la guida di Masone. Anche lui appassionato estimatore di una Rivista ormai adulta. 

È stato bellissimo!

Aprirsi alla società (1993-2000)
di Massimo Santucci
Sono entrato nella famiglia di Polizia Moderna nel novembre 1983, chiamato a ricoprire l’incarico di redattore capo da Massimo Occello, allora direttore responsabile, per me una guida e un maestro. 

Con lui, e tanti altri, abbiamo vissuto intensamente un’esperienza che prima di essere stata professionale fu profondamente umana, legata da sentimenti di vera amicizia e stima reciproca: per questo ho usato il termine “famiglia”. Eravamo infatti un gruppo affiatato, sorretto da una grande voglia di produrre un giornale al passo coi tempi, al servizio del personale della Polizia di Stato ma non solo, capace di aprirsi alla società e alle sue componenti, raccontandole liberamente. 

Una rivista sensibile alle esigenze di formazione professionale, come non ricordare gli inserti e le firme che contribuirono a elevare il livello di preparazione di tutti gli operatori, ma anche aperta alle grandi questioni sociali che agitavano in quegli anni il nostro Paese. Con un’unica chiave di lettura: osservare e riferire con obiettività, informando senza pregiudizi o logiche di parte ma rispettando il pensiero di tutti. Un gruppo di amici, di colleghi, di professionisti, seri, preparati, giovani e meno giovani, con diverse esperienze fuori e dentro l’Amministrazione, ma sempre animati da una grande passione civile. 

Molti i nomi da ricordare, alcuni ci mancano e li portiamo nei nostri cuori, altri sono ancora presenti nello staff della Rivista a testimonianza di un patrimonio che abbiamo saputo tramandare, molti i collaboratori di grande valore e le esperienze editoriali che partirono in quegli anni, molte, infine, le innovazioni.  

Gli inserti professionali furono capaci di raccogliere un largo consenso ma anche gli articoli di attualità o le prime visite alle Questure: un’occasione per ascoltare le voci dei vari settori delle città e dei loro territori, raccogliere gli umori e i giudizi della gente, legare in modo forte i valori della Polizia alle persone, ai cittadini. 

Poi i rapporti con una società di consulenza esterna che aiutò Polizia Moderna nel rinnovamento editoriale con una nuova impaginazione. Su questa spinta tutto il Dipartimento della PS condivise il progetto di aprirsi ulteriormente, di legarsi alle forze vive della società italiana, diffondendo e aumentando l’immagine positiva della Polizia di Stato. 

Si iniziò cosi a parlare di “Polizia tra la gente”: una memorabile Festa della Polizia al Palazzo dei Congressi dell’Eur sancì questo rinnovamento d’immagine e Polizia Moderna gestì da protagonista questa fase. Polizia tra la gente, uno slogan coniato alla fine degli anni 80’ che caratterizzò fortemente il nuovo volto della Polizia di Stato.

La Rivista fu capace di trascinare in quegli anni tutta l’Amministrazione, in modo forte e partecipe, creando quel legame che nel tempo si è sempre più cementato, fino ai nostri giorni, nei quali la Polizia di Stato è vista come punto di riferimento irrinunciabile per tutto il Paese e tra le Istituzioni più amate dagli italiani.

Come direttore responsabile, dal 1993 al 2000, condividendo, in piena autonomia – ringrazio i capi della Polizia che allora mi diedero la loro fiducia, Vincenzo Parisi e Fernando Masone – responsabilità e decisioni con Abele Di Lonardo, primo direttore editoriale, ho portato Polizia Moderna alle soglie del terzo millennio. 

Volevamo rafforzare la presenza di Polizia Moderna nell’Amministrazione, un‘impresa, non facile perché il personale si identificava, meno di prima, con la Rivista e avvertiva a volte una sorta di diffidenza, mentre crescevano altri giornali di organismi e organizzazioni di rappresentanza del personale stesso e non solo, affollando il panorama di molti soggetti editoriali, troppi, riferiti alla Polizia: una situazione percepita all’esterno dell’Amministrazione non sempre positivamente. 

Fu più volte richiamata la circolare interna che riaffermava come una sola era la Rivista della Polizia di Stato e nessun membro dell’Amministrazione era autorizzato a presentare all’esterno altre riviste come  organi ufficiali. Si volle puntare con maggiore determinazione all’aggiornamento professionale implementando rubriche e inserti di carattere giuridico ma con un taglio operativo, spaziando sulle nuove tecnologie, l’informatica, il futuro che avanzava.

Nello stesso tempo si presentavano temi più generali perché credevamo nella figura di un operatore non solo professionalmente preparato ma inserito consapevolmente nel contesto civile e sociale del Paese. Non so se ci siamo riusciti, certo è che gettammo le basi di una Polizia del 2000, capace di contemperare le novità con le tradizioni e i principi di uno Stato democratico: fummo dei precursori e ne siamo fieri!

All’interno la Rivista iniziò un percorso di autonomia nell’impaginazione e nella preparazione alla stampa che seppe formare giovani grafici e impaginatori, poi diventati l’ossatura dell’attuale redazione. Tanto altro che per motivi di spazio non aggiungo. Una cosa però mi sento di dire: dopo 70 anni di vita, vedo ancora una Rivista che testimonia il nostro impegno di allora, brillante, giovane, moderna e interessante, come una bella signora a cui è possibile, anzi doveroso, continuare a fare la corte… 


Tradizione e innovazione (2000-2003)
di Roberto Sgalla

Settant’anni di Polizia Moderna, 1949-2019. Un compleanno importante che sollecita una riflessione e un bilancio di quello che è stato, per comprendere sempre meglio la strada su cui proseguire. Non sarà un problema per chi sarà chiamato a svolgere questo delicato compito, perché in tutti questi anni la direzione della rivista ha sempre avuto il pregio di saper coniugare tradizione e innovazione.

Ho condiviso un tratto di questo percorso (dal 2000 al 2003) dapprima con Abele Di Lonardo e poi con Maria Cristina Ascenzi, assistente del direttore, mentre avevo l’incarico di dirigere l’Ufficio relazioni esterne che ho mantenuto fino al 2008. Anni storicamente importanti per la Polizia di Stato. Anni in cui l’Amministrazione della pubblica sicurezza sceglie una nuova filosofia, un nuovo stile da declinare ad ogni livello di intervento: la cosiddetta “Polizia di prossimità”, vicina alla gente, e, insieme alla società civile, capace di realizzare una “sicurezza partecipata”. Da qui il desiderio appassionato di un cambiamento e di un recupero identitario forte dell’immagine della Polizia di Stato, con un Ufficio relazioni esterne in prima linea nel recepire e realizzare questa indicazione e nell’orientarne la comunicazione istituzionale.

In questa direzione si è sviluppata l’attività della rivista ufficiale della Polizia di Stato, Polizia Moderna finalizzata a rivestire, in modo sempre più consapevole, quel ruolo di ponte ideale e reale tra l’istituzione e la cittadinanza. Sempre uguale il punto di partenza: mettere al centro del progetto editoriale i valori che costituiscono il cuore della missione degli operatori di polizia: libertà e legalità, ovvero produrre sicurezza e assicurare ordine, nel rispetto della legge e del diritto. Accanto a questi punti fermi però andava individuato un valore aggiunto, quello della prossimità: come arrivare alla gente, come aumentare la percezione della sicurezza da parte dei cittadini e come avviare un cambiamento di mentalità, far capire cioè che la sicurezza era ed è un bene comune che va costruito insieme, ognuno per la sua parte senza abdicare alle proprie precise responsabilità. Con questa visione e con una rinnovata mentalità, Polizia moderna ha affrontato la propria linea editoriale. La scelta di fondo è stata quella di uscire da una logica di semplice organo di informazione di polizia, forse un po’ troppo “paludato”, e puntare ad acquisire la necessaria e legittima autorevolezza nel settore della sicurezza.

Con questa premessa i passi successivi sono stati quelli di far intervenire sui grandi temi della sicurezza penne autorevoli della società civile (del mondo dell’informazione, della scienza, dello sport, della cultura a tutto tondo) e di riscoprire una visione europea e internazionale del settore. Molto spazio è stato dato all’innovazione che la Polizia di Stato e in genere il mondo della sicurezza si avviavano a sperimentare. E ancora, si decise di puntare su inserti tecnici chiari e qualificati, di supporto sia al lavoro degli uomini e delle donne della Polizia di Stato che ai cittadini.

Sono anni che ricordo con grande emozione, come un vero e proprio lavoro di squadra, con un personale motivato e preparato, mosso dalla profonda convinzione di lavorare per la collettività e per il bene della sicurezza. 


Sempre più social (2003-2010)
di
Anna Maria Di Paolo
Sono stata direttore responsabile di Poliziamoderna dal 2003 al 2010. Ricordo solo che era estate, e che già conoscevo gran parte delle persone con cui avrei lavorato.

Ho però memoria del momento in cui presi in mano il primo numero che mi vedeva direttore: emozionante e avvincente, perché “toccavo” la dedizione e la passione di tanti contenute nella rivista che sfogliavo soddisfatta. Ogni direttore, nel corso degli anni, ha provato a dare un’impronta al giornale, con nuovi progetti grafici e nuove iniziative; io ho sempre voluto rivolgere la massima attenzione ai poliziotti e alle loro famiglie. I miei predecessori avevano già avviato un processo di rinnovamento; io ho cercato di onorare il lavoro svolto rispondendo ulteriormente alle esigenze degli abbonati, con la creazione del sito della rivista che ha permesso di divulgare informazioni di servizio sempre più dettagliate e aggiornate. Attraverso il concorso letterario Narratori in divisa, invece, ho voluto coinvolgere i lettori rendendoli protagonisti della comunicazione istituzionale.

Sette anni alla guida di uno strumento comunicativo complesso e delicato come Poliziamoderna, osservatorio privilegiato e “voce“ della nostra Amministrazione, hanno rappresentato per me una grande opportunità professionale. Se consideriamo anche i tre anni precedenti trascorsi alla guida del sito www.poliziadistato.it, arriviamo a un decennio di comunicazione istituzionale, con le dovute differenze tra il web e la rivista. Questo lungo periodo mi ha portata spesso a riflettere sul corretto, rispettoso, equilibrato uso delle parole, soprattutto quando si impregnano di inchiostro e finiscono, indelebili, sulla carta stampata. Non c’è un tasto canc, sono lì per restare. I sette anni passati a Poliziamoderna sono stati anche ricchi di episodi da raccontare e simpatici aneddoti. Ricordo con grande emozione un momento di particolare criticità: era il febbraio del 2007 e il numero della rivista era già stata mandata in stampa quando appresi dell’omicidio Raciti. Di lì a pochi giorni gli abbonati, nel ricevere la loro copia, l’avrebbero sfogliata senza trovare alcun cenno al collega scomparso malgrado i media ne stessero già parlando ampiamente. Decisi allora di bloccare la stampa per sostituire la copertina e alcune pagine. Il numero uscì aggiornato, con il giusto spazio dedicato al drammatico evento e soprattutto al doveroso riconoscimento a Filippo Raciti. Un altro momento che ricordo con particolare affetto è legato alla copertina. Tutti sappiamo quanto sia importante e quanto, spesso, influenzi le nostre scelte nell’acquisto di una rivista o di un libro. Ebbene, la copertina era per me un pensiero costante che mi spingeva sovente a creare delle bozze per poi chiamare a rapporto l’intera redazione e testarne su di loro l’efficacia. La cosa deve aver colpito la giornalista/vignettista che collaborava con la rivista. Si presentó infatti in ufficio con una caricatura che raffigurava tutti noi, sotto il manto di una bella e calda “copertina”. Ancora una volta mi colpí il potere delle parole e l’effetto diverso che hanno a seconda dell’orecchio in cui vanno ad infilarsi...


La nostra piccola impresa (2010-2019)
di Annalisa Bucchieri

Se la sente di diventare direttore responsabile? La proposta mi arrivò come un fulmine a ciel sereno nell’ottobre del 2010. Già da 9 anni facevo parte anima e corpo della redazione. Mai avrei pensato di diventarne la guida. 

Un ciclo era finito e si apriva una nuova stagione. L’allora capo della Polizia Manganelli chiedeva che la rivista rappresentasse la cifra dell’attenzione della Polizia di Stato ai tanti problemi che incidevano sulla percezione della sicurezza dei cittadini, calandosi con chiarezza nei fenomeni, dando voce ai tanti saperi interni all’Amministrazione e diventando luogo di espressione non solo delle strategie del Dipartimento e delle direzioni centrali ma del lavoro di tutti gli operatori di polizia. E poi erano i tempi della spending review. Era necessario ottimizzare le risorse per cui Manganelli indicò la difficile strada “a titolo onorifico”. Tradotto: nessun contributo esterno, di giornalisti professionisti e collaboratori, a pagamento. La rivista doveva diventare homemade. La scelta ricadde su di me perché ero l’unica ad aver maturato esperienze giornalistiche in testate nazionali e la veterana del gruppo dei redattori. Una specie di direttore-chioccia.

Non ci dormii la notte e poi accettai, confortata dal sostegno dei miei colleghi, in primis Anacleto, che di lì a poco divenne il caporedattore e che ancora continua ad essere al mio fianco. Sarei riuscita, donna, funzionario dell’amministrazione civile, a realizzare mese dopo mese 100 pagine a costo zero se non quelli di stampa e distribuzione, utilizzando solo risorse interne non professioniste costituite per lo più da colleghi che mi avevano vissuta come una di loro? Ai bagarini mi davano 10 a 1. 

Si trattava di una rivoluzione copernicana. Meno fondi a disposizione, meno aiuti esterni professionali, più impegno di ognuno di noi nell’acquisire un profilo specifico nell’ambito della rivista. In molti all’inizio abbandonarono il campo, ma altri invece nel corso degli anni raccolsero la sfida chiedendo di venire a lavorare a Poliziamoderna da altri uffici dell’Amministrazione.

Nessuno vince da solo, diceva il mio allenatore di basket. E le tante serate di gavetta nei quotidiani e nei settimanali mi avevano insegnato che un giornale  è un gioco di squadra dove c’è bisogno di condivisione, collaborazione oltre che passione e talento. E da lì iniziai. 

Formazione e motivazione 
Puntai subito alla formazione delle persone e a motivarle rendendole partecipi delle decisioni inerenti la rivista mese per mese. Poi cercai di coinvolgere i tanti esperti della Polizia di Stato a scrivere per noi. La rivista divenne sempre più la voce della competenza in materia di sicurezza, legalità e criminologia, dati di fonte primaria, interviste, analisi dei fenomeni. Stringemmo alleanze più forti con il territorio e con la base, ne scaturì la rubrica “Una giornata con”: il fotoreportage dedicato ad una sezione, un team lavorativo che racconta il quotidiano impegno degli poliziotti nei loro campi specifici. E’ così che il mensile si è trasformato nella palestra di tutti coloro che vogliono, sotto la nostra guida, accettare la sfida della comunicazione. Una rivista “partecipata” all’interno e dall’esterno.

Solidarietà 
Dopo soli due anni Poliziamoderna iniziò a produrre un buon utile e decidemmo insieme alla mia infaticabile Rosanna Boccia, direttore commerciale, di proporre al Fondo assistenza del personale ps, il nostro editore, di destinare tutti gli introiti della rivista al Piano Marco Valerio, progetto benefico per le cure delle malattie pediatriche gravi dei figli dei poliziotti. Gli oltre 500mila euro versati sia nel 2017 che nel 2018  parlano da soli. 

Aggiornamento professionale
Strada facendo abbiamo potenziato gli inserti normativi e giurisprudenziali rendendoli un valido strumento di aggiornamento professionale al punto che la Direzione centrale degli istituti di istruzione ne ha tratto delle dispense didattiche per i frequentatori, risparmiando sull’acquisto dei testi. Dal 2017 gli inserti di Poliziamoderna sono consultabili numerosi sulle piattaforme istituzionali di e-learning (da quelli sul Safe web dedicati a insegnanti e genitori agli atti di polizia giudiziaria in diverse lingue).

Noi e gli Altri
A un certo punto si iniziò a sentire l’esigenza di uscire fuori dalla pagina scritta per suscitare un dibattito e un confronto con altri saperi sui temi della sicurezza: il convegno Il Calcio che vorrei sull’ordine pubblico alla Scuola superiore con Coni, FIGC, Lega serie A, la presenza al terzo tempo del Rugby Sei Nazioni insieme agli atleti delle Fiamme oro, il lungimirante affacciarsi al mondo dei dispositivi a pilotaggio remoto partecipando al primo Roma Drone Show, dove mettemmo in contatto gli esperti del controllo del territorio e della polizia aerea con gli ingegneri della nuova tecnologia.

Più Cultura 
Eccoci di fronte a una nuova avventura: posizionarci con un nostro stand nelle più importanti fiere dell’editoria a Roma, Torino, Milano. Per presentare sia i nostri prodotti editoriali, frutto delle edizioni del concorso Narratori in divisa aperte anche agli studenti, oltre che ai poliziotti; sia per presentare i libri dei poliziotti scrittori, sempre più numerosi e di qualità. 

Quando la prima volta nel 2014 andai a proporre alla direzione di Più libri più liberi la nostra partecipazione, penai non poco a convincerli che non si trattava dello stand dove distribuire brochure: la rivista era ambasciatrice della cultura della Polizia di Stato, bastava solo darci uno spazio e l’avremmo dimostrato. Oggi siamo lo stand istituzionale più visitato e i sistemi bibliotecari comunali ci ospitano ogni giorno nel loro programma di incontri dedicato ai ragazzi. I libri pubblicati da Poliziamoderna ci hanno portato in un torrido luglio al Giffoni film festival. Oltre la presentazione dei volumi creammo una redazione junior, formata dai giovanissimi membri di giuria del festival che avevano il compito di inviarci i loro pezzi come veri e propri corrispondenti. Un’esperienza bellissima che innescò in me un processo irreversibile: dedicare spazio sulla rivista ai lettori in erba, i figli dei tanti poliziotti abbonati che portano la rivista a casa e la leggono in famiglia.

Alla conquista dei lettori giovani
Cosa di meglio di un fumetto per catturare l’attenzione dei ragazzi? Anzi un poliziesco tutto italiano, la cui cifra determinante è il realismo delle storie e delle indagini? Così nacque Il Commissario Mascherpa, l’investigatore antimafia prima pubblicato a puntate sulla rivista poi raccolto in un volume dove, operazione nuova, abbiamo inserito i finali alternativi elaborati dagli studenti vincitori del concorso Pretendiamo legalità, indetto dalla Polizia di Stato in collaborazione con il Miur. Il nostro Mascherpa proprio in questi giorni è salito su a L’Aia con il capo della Polizia perché del secondo volume, Mare Nero, ne abbiamo editato una versione inglese per Europol.

Un premio dato e uno ricevuto
Mai avrei immaginato un giorno di salire sul palco a Sorrento a ritirare per Poliziamoderna il premio giornalistico più importante d’Italia, il Premio Biagio Agnes (2016), la prima volta che una rivista della pubblica amministrazione “fatta in casa” veniva elevata alla dignità di prodotti professionali per le sue inchieste e i suoi approfondimenti. Così come non avrei mai immaginato che il Premio Poliziamoderna per giovani cantanti della legalità, che abbiamo indetto in collaborazione con l’Associazione di Libera Musica contro le mafie, ci avrebbe fatto volare a Casa Sanremo durante il Festival per insignire il trentenne Gero Riggio della nostra targa e legarlo per sempre alla Polizia di Stato. 

La squadra 
Eppure, se guardo alle tante scommesse vinte, anche a qualcuna persa, ai riconoscimenti, alle imprese realizzate, dico sempre che l’emozione più forte la provo guardando il gruppo di Poliziamoderna crescere: Aldo, Anacleto, Antonella, Chiara, Claudio, Cristiano, Cristina, Daniele, Elena, Elisabetta, Fabio, Mauro, Pietro, Roberto, Rosanna, Sergio e Valentina. Sono loro che anche quando non compaiono come firma, hanno fatto ricerche, verificato fonti, migliorato i pezzi degli altri. Sono loro che trovano le fotografie giuste, danno veste grafica bellissima e invogliante alle nostre pagine, coccolano gli abbonati, tengono fluidi ogni giorno i meccanismi burocratici, economici, amministrativi di questa complessa macchina che è un giornale. Sono loro che mi hanno permesso di gettare il cuore oltre l’ostacolo e mi hanno seguito pur tra perplessità, difficoltà e diverbi, in tutte le nuove imprese da affrontare. Sono loro che permettono questo piccolo miracolo che si rinnova mese per mese che è Poliziamoderna.

Ogni viaggio ha la sua rotta
Il luciccante premio Biagio Agnes e la lettera di ringraziamento inviatami da un papà poliziotto le cue figlie rientrano nel Piano Marco Valerio campeggiano vicini sulla mia scrivania. Sono lo zenith e nadir a cui riferirmi nella mia conduzione quotidiana. Una rotta attenta alla qualità della comunicazione che non deve mai perdere di vista, però, il risvolto profondamente umano che Poliziamoderna ha sempre avuto e spero continui sempre ad avere. 

24/10/2019