Luca Scognamillo

Partita comune

Riuniti nella Capitale, per la IX edizione del “Foro di Roma”, i vertici delle agenzie di law enforcement dell’area balcanica

estero

«Si può giocare una bellissima partita ma se la palla non va nella rete non si porta a casa il risultato». Con questa esortazione alla concretezza, che suonerà familiare agli amanti del calcio, il capo della Polizia, Franco Gabrielli, ha voluto stigmatizzare alcune velleitarie iniziative della comunità internazionale di law enforcement, troppo spesso impegnata nella creazione di ridondanti task force, gruppi di lavoro, centri di analisi delle informazioni, privi di ricadute pratiche per le forze di polizia chiamate ad operare per la sicurezza dei nostri Paesi. L’invito, invece, è a “razionalizzare” l’esistente, utilizzando al meglio i molteplici strumenti di cooperazione già a disposizione, di cui però non si sfruttano appieno le potenzialità. 

La cornice di questa riflessione è stata la IX edizione del “Foro di Roma”, l’annuale riunione dei vertici delle agenzie di law enforcement dei Paesi dell’area balcanica, ospitata il 17 maggio dalla Scuola superiore di polizia, che ha fatto sedere attorno allo stesso tavolo i capi della Polizia provenienti da Albania, Bosnia Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Grecia, Italia, Repubblica di Macedonia del Nord, Moldova, Montenegro, Romania, Serbia, Slovenia e Ungheria.

All’edizione di quest’anno sono intervenuti anche vice direttore esecutivo per le operazioni di Europol, Wil Van Gemert, il segretario generale di Interpol, Jürgen Stock, il direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, e il direttore generale di Selec, Snejana Maleeva.Un impegno organizzativo che il Dipartimento della pubblica sicurezza rinnova ogni anno dal 2015, con sempre maggior convinzione e nella consapevolezza che i Paesi balcanici costituiscano uno snodo fondamentale per la sicurezza del nostro Paese e, prima ancora, dell’Unione europea. 

Tale centralità è oggi condivisa da tutti i Paesi dell’Unione europea. È ormai lontano quel 2014, quando un neo-eletto presidente della Commissione europea Jean-Claude Junker gelò le aspettative dei Paesi balcanici, affermando che per i cinque anni del suo mandato non ci sarebbero stati ulteriori allargamenti.

Nel settembre del 2017, con una inversione di tendenza, è stato lo stesso Jean-Claude Juncker ad aprire nuovi spiragli per l’allargamento dell’Ue ai Paesi balcanici. Questo nuovo indirizzo è stato formalizzato nel febbraio dello scorso anno con la presentazione di un documento della Commissione europea dal titolo Una prospettiva credibile di ampliamento per un maggiore impegno dell’Unione europea nei Balcani occidentali, che ha rilanciato l’ipotesi di allargamento verso gli Stati della penisola balcanica che ne sono ancora esclusi. 

La rinnovata strategia dell’Ue è innegabilmente influenzata dalla rilevanza che quest’area geografica riverbera su problematiche di sicurezza europea. Basti pensare all’intensificarsi degli attraversamenti irregolari di migranti lungo la “rotta balcanica” o alla presenza di foreign fighters in particolare in Bosnia e in Kosovo. Sono, in particolare, questi ultimi aspetti a preoccupare la Direzione centrale della polizia di prevenzione italiana. Secondo gli esperti delle strutture antiterrorismo della Penisola, infatti, i Paesi dell’area balcanica, negli ultimi anni, si sono confrontati con una forte minaccia di matrice jihadista anche a causa della permeabilità di alcune zone della regione alla diffusione di derive radicali e intolleranti dell’islam. Sono, infatti, presenti in quell’area comunità salafite che si attestano su posizioni islamiste e sono sensibili alla persistente propaganda terroristica dell’autoproclamato Stato islamico. Tale aspetto, associato ai rilevanti numeri di cittadini di quei Paesi che si sono uniti alle formazioni terroristiche nel teatro siro-irakeno, rappresenta un elemento di comune preoccupazione per gli Stati dell’area e dell’Europa.

Per questo l’Italia sta infondendo il massimo sforzo per garantire una cornice di sicurezza nell’area balcanica che si traduce nella messa in campo di molteplici attività in quest’area geografica.

Il Foro di Roma si inquadra proprio nel contesto degli impegni assunti in questa regione, dove sono in corso di svolgimento progetti europei, guidati dal Dipartimento della pubblica sicurezza, in Albania (Sancas - Supporto alla strategia di contrasto alla coltivazione della cannabis, che si aggiunge alla campagna “Sorvoli” finanziata dall’Italia per l’individuazione ed eradicazione delle piantagioni di cannabis e PAMECA V- per l’assistenza della Comunità europea all’Albania), in Montenegro (EURol II – missione per l’adeguamento delle capacità degli apparati di polizia e giudiziari montenegrini agli standard dell’Unione europea). Altri progetti riguardano, contestualmente, sei Paesi beneficiari (Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Repubblica di Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia), attraverso lo strumento finanziario IPA II per il conseguimento dei requisiti necessari per l’adesione all’Unione europea e Progetto per il contrasto alla criminalità organizzata nei Balcani occidentali.

Il simposio ha fornito dunque l’opportunità per individuare iniziative che favoriscano una più efficace e diretta interazione tra gli Stati membri, anche con il supporto delle agenzie europee e delle organizzazioni internazionali presenti al convegno. 

Si è parlato di sistemi tecnologici dialoganti e di data fusion automatici che possano collegare le informazioni in modo intelligente, rendendo immediatamente fruibile solo le informazioni effettivamente necessarie. Lo ha fatto, in particolare il vice direttore generale della pubblica sicurezza – direttore centrale della polizia criminale prefetto Rizzi anticipando la creazione anche nell’area balcanica di una rete di Single point of contact, come avviene nel resto dell’Europa grazie al progetto ATHENA guidato dall’Italia, che agevolino la cooperazione di polizia in termini di training, tecnologie e procedure, secondo modalità condivise e uniformi.

Ci si è lasciati con l’impegno ad operare sempre più spesso attraverso squadre investigative comuni e organizzare esercitazioni sul campo, per sperimentare, come ha sagaciamente sottolineato il capo della Polizia: «In tempo di pace, come agire in tempo di guerra». 

L’appuntamento è per il prossimo anno, con l’auspicio di provare ad immaginare una formula diversa per il Foro di Roma del 2020, per rispondere adeguatamente alle sfide di una criminalità sempre più agguerrita. ϖ

10/06/2019