Cristina Di Lucente

Maladolescenza

Dal bullismo alla criminalità: il fenomeno delle bande giovanili, la sua diffusione e l’attività di contrasto e prevenzione

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Sono giovani: questa sembrerebbe la caratteristica univoca che accomuna tutti quei ragazzi che dal Nord al Sud si riuniscono in bande criminali, o pseudo tali. E il livello di pericolosità prescinde dalla nazionalità e dallo strato sociale di appartenenza, anche se il disagio socio-economico crea, a detta degli investigatori, un terreno maggiormente fertile, così come la minore età non è indicativa per identificarne gli appartenenti che talvolta raggiungono i 20 anni. Spesso la prima avvisaglia per i più giovani, prima che emerga un vero e proprio profilo criminale, è quella del bullismo, i reati contestati spaziano infatti dalla piccola prova di forza senza rilevanza penale alla vessazione, dal furto alla rapina, con escalation criminali che arrivano persino all’omicidio. Le gang giovanili sono un fenomeno complesso, diffuso “a macchia di leopardo” sul territorio nazionale, al quale la Polizia di Stato presta maggiore attenzione che in passato e necessita di nuovi strumenti normativi, di operatori specializzati e di una capillare attività di prevenzione sotto l’egida della Dac (Direzione centrale anticrimine) diretta da Francesco Messina. 

Non solo “baby” gang

Dagli ultimi dati dell’Osservatorio nazionale sull’adolescenza emerge che il 6,5% dei ragazzi minorenni fa parte di una banda giovanile, il 16% ha commesso atti vandalici, mentre tre ragazzi su dieci hanno partecipato a una rissa. È all’interno di questo confine che si rintraccia il fenomeno delle baby gang, un termine spesso abusato, che tecnicamente si riferisce ad aggregazioni di minori, mentre in senso stretto sono le bande giovanili a interessare le forze dell’ordine, configurandosi come una sorta di collettività di dimensioni e coesione variabili, spesso dalla scarsa organizzazione e dalle norme sfumate, frequentemente concentrata sul furto e sulla violenza. Nella delicata fase dell’età evolutiva possono comparire una serie di difficoltà legate all’adattamento a nuove condizioni, al “nuovo corpo” e al nuovo ambiente. «In età pre-adolescenziale possono esserci dei segnali di preallarme che spesso rappresentano un sintomo, quelli trasgressivi – spiega Massimo Cotroneo, commissario capo tecnico psicologo presso lo Sco (Servizio centrale operativo), incardinato all’interno della Dac – fino a un certo limite sono fisiologici, perché riguardano il passaggio da un’età all’altra, alcune volte potrebbero invece rappresentare campanelli di allarme importanti, magari caratterizzata da atti di bullismo o cyberbullismo, che tende a crescere nelle fasi successive, comportando un rialzo nella carriera criminale». 

 

Un fenomeno trasversale

Gli investigatori hanno individuato essenzialmente tre categorie di gang, in base al tipo di aggregazione.

La “baby gang” in senso stretto nasce spontaneamente per commettere reati in danno della persona, cercando il divertimento e l’abuso. Si tratta di ragazzi annoiati e con pochi obiettivi, tendenzialmente appartenenti a famiglie che prestano loro poca attenzione e che traggono dalla coesione un senso di forza, talvolta di onnipotenza, perché diventa un modo per sopperire a delle vulnerabilità. Da questa tipologia di banda vengono commessi reati gravissimi che “emergono dal nulla” con una disarmante banalità, sia nei confronti di coetanei che di adulti, emblematico a questo proposito a Taranto l’omicidio di un uomo morto per le sevizie inferte dal gruppo. «Spesso individualmente questi giovani farebbero poco o niente, ma in gruppo danno sfogo a un senso sotterraneo di disistima identificandosi nel leader – prosegue Cotroneo – che può rappresentare il soggetto al quale attribuire una forza simbolica». 

Nella seconda tipologia, che si identifica nelle zone geografiche dove la criminalità organizzata di tipo mafioso è maggiormente diffusa, i minori vengono educati alla cultura criminale e cercano di scimmiottare, magari persino con maggiore efficacia, i comportamenti dei pregiudicati più grandi, come spiegano gli investigatori dello Sco. Nell’area partenopea, ad esempio, si assiste non di rado a fenomeni di scorribande di giovani armati in genere a bordo di scooter, chiamati stese, nella zona del Gargano invece, un’operazione si concluse con la condanna di un gruppo di ragazzi, tutti minorenni a eccezione del capobanda, che arrivarono a commettere quattro omicidi nel giro di un mese. La loro idea, quasi puerile, di sostituirsi alla mafia garganica che aveva il controllo dello spaccio, li spingeva a compiere reati di inaudita violenza, senza che ce ne fosse la necessità. Era più che altro un modo per mettersi alla prova: volevano seguire quelle orme pur non provenendo direttamente da contesti criminali. Un ibrido, in fondo, tra una baby gang e i “baby camorristi”, ai quali le organizzazioni malavitose affidano compiti via via più impegnativi da un punto di vista criminale, per dare loro una sorta di certificazione di qualità e una riconoscibilità. 

La terza categoria è quella dei latinos, formata da figli di immigrati di 2^ generazione di origine ispanica di età differenti. Tendenzialmente si associano in bande nelle periferie delle grandi città, spesso del Nord, sullo sfondo del disordine urbano che crea quartieri ghetto e con vissuti frustranti in termini di realizzazione sociale. In questo caso parliamo di strutture organizzate che in qualche modo cercano di recuperare l’orgoglio della propria appartenenza etnica, creando le pandillas, le bande di strada d’ispirazione sudamericana. È un modo per sostenersi vicendevolmente attraverso la “fratellanza” e farsi forza contro possibili discriminazioni da parte degli autoctoni ma, come è intuibile, è facile in queste condizioni scivolare nella devianza e commettere reati, contro il patrimonio o, più gravi, contro la persona.

Ritualità e dinamica del branco 

Anche le bande giovanili, come le organizzazioni criminali più “mature”, hanno dei codici non scritti attraverso i quali rafforzano il senso di coesione, per ottenere un maggiore coinvolgimento fisico ed emotivo degli “affiliati”. Commettere un determinato atto criminoso può diventare ad esempio una prova di fedeltà per guadagnarsi il diritto a far parte del gruppo, così come procurarsi delle ferite è un modo per dimostrare la condivisione attraverso il vincolo del sangue. O ancora, subire un pestaggio da parte degli altri membri rappresenta un’ulteriore modalità che ne sancisce l’appartenenza. 

Ma quali sono i meccanismi che spingono dei ragazzi a unirsi in gruppo per infrangere le regole? Ce lo spiega Carlo Barbieri, direttore tecnico superiore psicologo presso la questura di Bologna. 

«Dietro qualsiasi atto di trasgressione c’è sempre una frustrazione. Un modello di partenza, indotto da un contesto culturale e sociale al quale si vorrebbe aderire per dare forma alla propria identità, ma non potendo essere raggiunto viene negato, come pure l’identità che esso avrebbe dato. Così, il passo successivo è quello di associarsi a persone che non hanno più quel modello di riferimento e di costruirne collettivamente uno alternativo: il rifiuto del precedente ribaltato nel suo opposto». 

La conseguenza rispetto a questo passaggio è quella, da un lato, di attaccare le persone che non possono emulare, dall’altro di rivolgere la stessa aggressività verso chi è debole, vulnerabile, che altro non è se non la propria debolezza negata. 

«Quello del gruppo è un meccanismo regressivo – prosegue lo psicologo – attiva parti del cervello meno evolute. Mentre nel comportamento individuale è più facile innescare le funzioni dei due emisferi superiori, nelle situazioni di emergenza si tende a utilizzare il cervello medio o mesencefalico, detto anche cervello istintivo». 

Non si ha più una mente individuale, ma collettiva, che attiva comportamenti arcaici come la deresponsabilizzazione: quando la responsabilità è condivisa è infatti meno presente. L’altro meccanismo che entra in gioco è l’incapacità di immedesimarsi nell’altro, creando una sorta di “deumanizzazione”: «Non vivendo certe emozioni, si perde la capacità di riconoscerle negli altri e si riduce il giudizio critico relativo al proprio comportamento. Inoltre – conclude Barbieri – le discrepanze all’interno di un gruppo vengono annullate se viene identificato un nemico comune: la nuova identità è costruita sull’odio nei confronti di qualcuno e sulla necessità di incarnarsi in un leader di riferimento».

Il senso di non appartenenza e di profonda insoddisfazione di molti di questi giovani, che si legano a strutture spesso diverse tra loro, li rende simili, per certi versi, ai lupi solitari frequentemente protagonisti di episodi legati all’Isis. Ragazzi di 2^ e 3^ generazione spinti dalla profonda delusione verso un Paese da cui non si sentono presi in considerazione, che cercano il riscatto attraverso gravissimi percorsi criminali.

 

Contrasto e prevenzione

Affrontare questo complesso fenomeno che riguarda i ragazzi e che rientra nella più ampia categoria della violenza di genere e delle fasce deboli, vuol dire, dal punto di vista della Polizia di Stato, mettere in campo nuovi strumenti che corrispondano a una rinnovata sensibilità, attraverso operatori dalla formazione specializzata e un approccio di rete, di cooperazione tra tutti gli attori sociali. 

Questo diverso approccio prevede tecniche di ascolto della vittima, di valutazione del rischio e di individuazione di misure idonee di protezione, oltre a un adeguamento organizzativo sia a livello territoriale che centrale. L’esigenza di una formazione ad hoc degli operatori ha portato a creare appositi uffici nelle questure, con sezioni specializzate all’interno delle Squadre mobili, istituite con un decreto che dava attuazione alla legge 269/1998. Lo Sco, che ne coordina le attività a livello centrale, dispone di uno psicologo dedicato che si occupa di dare supporto localmente in caso di necessità, perché chi tratta casi di violenza legati ai minori deve avere specificità differenti rispetto a quelle di tutti gli altri operatori. Per questo motivo, per avere il giusto approccio, gli esperti consigliano, oltre alla formazione, che chi intraprende percorsi lavorativi di questo tipo lo faccia per lunghi periodi.

 Nel 2017, all’interno del Servizio centrale anticrimine, diretto da Giuseppe Linares, è stata istituita un’apposita sezione che si occupa del fenomeno anche attraverso programmi di carattere preventivo e di collaborazione in attività interistituzionali, servendosi sempre più, di specialisti delle strutture per i minori. 

Diverse iniziative sono state messe in campo sulla problematica del disagio giovanile, una di queste è il progetto Blue box, come spiega Marina Contino, dirigente della 1^ divisione del Servizio centrale anticrimine. «Le questure hanno organizzato camper presso luoghi di incontro per ragazzi e scuole allo scopo di stabilire un contatto di fiducia con i minori e fornire loro consigli utili. Le postazioni sono state dotate di cassette di colore blu per raccogliere eventuali segnalazioni, anche in forma anonima». L’iniziativa ha permesso di constatare quanto sia diffuso il fenomeno aiutandone una migliore comprensione e permettendo di preparare le opportune strategie per una efficace prevenzione.

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Misure di prevenzione personali
a cura di Giuseppe Pullara*

I minori appartenenti alle bande giovanili non vengono assoggettati alle misure di prevenzione tipiche, disciplinate dal dlgs 159/2011, poiché nei loro confronti sono previste delle differenti misure rieducative che, oltre alla finalità della prevenzione della criminalità, perseguono lo scopo del recupero sociale del destinatario (Tar Venezia, sentenza n. 1300/2013). Benché sia uno strumento efficace, l’avviso orale aggravato non è applicabile ai minori. Ai minorenni, invece, si applicano le misure di prevenzione personali del questore c.d. “atipiche” del Daspo (art. 6 l n. 401/1989), del divieto di accesso a determinati locali o di stazionamento nelle immediate vicinanze degli stessi (artt. 13 e 14 bis dl 20 febbraio 2017, n. 14 – c.d. decreto Minniti, integrato di recente dal decreto n. 113 del 2018 c.d. decreto Salvini), dell’ammonimento per cyberbullismo (art 7, legge n. 71/2017). Un valido strumento di prevenzione e contrasto verso tali manifestazioni di microcriminalità è rappresentato dall’avviso orale con prescrizioni, disciplinato dall’art. 3, comma 4, del dlgs n. 159/2011, che consente al questore di imporre al destinatario dell’avviso orale, gravato da una condanna definitiva per delitti non colposi, il divieto di possedere o utilizzare, in tutto o in parte, determinati strumenti che sovente “accompagnano” le azioni dei componenti delle c.d. baby gang, quali ad esempio: gli apparati di comunicazione radiotrasmittente, gli indumenti e accessori per la protezione balistica individuale, i mezzi di trasporto blindati o modificati al fine di aumentarne la potenza o la capacità offensiva ovvero comunque predisposti al fine di sottrarsi ai controlli di polizia.

*commissario capo presso il Servizio centrale anticrimine della Dac

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Le sale audizioni per i minori
a cura di Elvira Tassone*

Anticipare l’audizione direttamente nella fase delle indagini preliminari costituisce un intervento di tipo sistemico, per evitare fenomeni di vittimizzazione secondaria e accedere a percorsi protetti sin dall’avvio delle prime indagini. Ciò richiede un setting di ascolto con determinate caratteristiche strutturali, uno specifico impianto di registrazione audio-video, integrabile con vetro-specchio unidirezionale, inserito in una cornice ambientale accogliente, e la modalità di ascolto con l’ausilio di figure professionali, quali lo psicologo esperto. Le stanze sono disponibili in circa metà delle questure e verranno ulteriormente diffuse nel quadro dell’accordo di collaborazione tra il Dipartimento della pubblica sicurezza e il Dipartimento per le pari opportunità del 28 dicembre 2017. Oltre a rendere disponibili le stanze, la Direzione centrale anticrimine, in collaborazione con funzionari esperti delle questure e professionisti esterni, è prossima alla diffusione di linee guida per gli operatori in tema di approccio alle vittime vulnerabili.

*commissario presso il Servizio centrale anticrimine della Dac

 

10/06/2019