Cristiano Morabito

Paranza sul set

Un’analisi su quanto la finzione televisiva e cinematografica abbiano iniziato ad influenzare la realtà criminale

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“Ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost’”,  “Ripijamose Roma”, “Sta senz’ pensier’”, “Roma nun vole padroni”, “Io stavo cor Libanese”, “Non l’ho ucciso io, l’ha ucciso Roma” … Genny Savastano, Don Pietro, Sangue Blu, Libanese, il Freddo, Spadino, Samurai…

No, non sono frasi a caso e neanche nomi e soprannomi buttati lì, ma espressioni diventate, ormai, una sorta di vero e proprio cult nonché personaggi usciti fuori dal piccolo schermo e divenuti per alcuni quasi degli idoli. Alla vigilia della messa in onda della quarta stagione di Gomorra e della seconda di Suburra, due delle fiction più di successo, tratte da altrettanti film che prendono spunto dalla lettura di carte processuali, proviamo a fare una sorta di punto della situazione su “chi influenza chi” tra finzione e realtà, così come facemmo tempo fa su queste stesse pagine, quando analizzammo, ispirati dall’aver visto in giro magliette e felpe con su stampate le frasi della Banda della Magliana, il “fenomeno Romanzo criminale”.

L’ispirazione, stavolta, nasce da altro: 2 luglio 2015, nei vicoli del quartiere “Forcella” a Napoli, durante una sparatoria viene ucciso Emanuele Sibillo, 19 anni, conosciuto come il boss della “paranza dei bimbi”. La scena ripresa dalle telecamere di sorveglianza sembra già vista, ma non in un telegiornale o tra le pagine di cronaca di un quotidiano, bensì in tv, proprio in quelle fiction trasmesse in prima serata: alcuni ragazzi, “a cavallo” di scooter, quasi come i cowboy nel selvaggio West, estraggono le armi e fanno fuoco verso un altro ragazzo. “Ciak seconda!” ci si aspetterebbe di sentire da una voce fuori campo, quando nella scena successiva altri ragazzi, sempre a bordo di un motorino, arrivano nell’atrio di un pronto soccorso e, a braccia, portano dentro il compagno ferito a morte, facendosi largo con noncuranza nella sala d’aspetto dell’ospedale, tra persone in attesa, poliziotti e carabinieri. Ma no, stavolta non è finzione: è tutto vero! 

Dunque, scene di vita reale, ma che sembrano essere saltate fuori dal piccolo e dal grande schermo, fin dentro casa nostra e che, in un certo senso, possono sembrarci, per quanto cruente, quasi “normali” perché già viste in tv. Una normalità strana e che, di certo, ci impone più di una riflessione, tra le quali la principale è sicuramente se sia stata la finzione a copiare la realtà o se, stavolta, sia quest’ultima ad ispirarsi a cinema e tv. Gli indizi, in questo caso, non sono pochi. Basta farsi un giro nei vicoli del centro del capoluogo campano, passare per Forcella e scoprire, all’interno di un palazzo, una vera e propria edicola votiva dedicata al piccolo boss scomparso, dove al centro campeggia un busto di gesso che ne ricorda in modo impressionante le fattezze, oppure per vedere sui muri delle strette stradine ogni tanto la scritta “ES17” che ricorda molto da vicino quel “CR7” con cui viene identificato il campione della Juventus Cristiano Ronaldo, ma che fa riferimento, invece, alle iniziali di Emanuele Sibillo, con il 17 perché la “S” è la diciassettesima lettera dell’alfabeto. Una vera e propria simbologia diventata culto e che ha origine dal tatuaggio che Sibillo aveva sul collo. Tatuaggi, barbe lunghe quasi da jihadisti, linguaggio e abbigliamento che ricordano molto quelli dei personaggi delle fiction e dei narcotrafficanti centro-sudamericani, ai quali si ispirano i personaggi di Gomorra e che, a loro volta, diventano ispirazione per gli appartenenti alle “paranze” (i gruppi criminali, equivalenti partenopei delle “batterie” della Capitale) napoletane.  Queste, quindi, sono le “nuove leve” della camorra: ragazzi, spesso anche minorenni, che impongono il proprio potere in zone ben delimitate di Napoli, nelle quali non operano direttamente i grandi clan; agiscono con scorribande notturne (quelle che in gergo vengono chiamate “stese”) a bordo degli scooter sparando all’impazzata in aria o sul portone della casa del boss di un clan rivale, taglieggiando i piccoli commercianti della zona o controllando le piazze dello spaccio di droga locale, imponendo a tutti la legge della paura.

«Non dobbiamo dimenticarci che si tratta di una criminalità diversa dalla camorra della provincia o da quella dell’“alleanza di Secondigliano” – commenta Luigi Rinella, capo della Squadra mobile di Napoli –  cioè quella strutturata, ben radicata sul territorio e che non ne ha mai perso il controllo negli anni, accumulando ricchezze tra investimenti e riciclaggio  che si siede al tavolo dei grandi affari, dei grandi appalti, che ha come interlocutori politici, amministratori, imprenditori e che ha un atteggiamento di tipo corruttivo e collusivo. Quella è un’altra camorra. In alcuni quartieri di Napoli come la Sanità, i Tribunali, Forcella, San Giovanni Barra e Ponticelli, una serie di condizioni sia sociali sia criminali, che hanno reso i clan molto instabili, e determinato dei vuoti di potere. Ad occupare questi spazi lasciati liberi, si propongono queste giovani leve». Quelli che scelgono look e soprannomi come nelle fiction non sono sicuramente appartenenti alla camorra dei grandi affari, al “Sistema”, non hanno in prospettiva una scalata al potere che gli consenta di condizionare, ad esempio, il voto di un’elezione o un appalto importante di un’opera pubblica, ma vivono in funzione di cosa fare il sabato sera, di quante bottiglie di champagne aprire al tavolo in discoteca. La loro finalità è quella di controllare il “mercato” dell’estorsione e delle piazze di spaccio in un quartiere. Sono consapevoli di avere vita breve e hanno un rapporto molto sanguigno con la morte e la paura, perché sanno che potranno essere uccisi in un agguato o finire in carcere. Non hanno prospettive imprenditoriali dal punto di vista criminale. Si accontentano del loro territorio, del loro quartiere, a volte anche meno, come alcune strade. «Stiamo sì parlando di una camorra diversa, ma che è comunque collegata a quella più “importante” – prosegue Rinella – Non sono “cani sciolti” ma, in quella piccola porzione di territorio, sono espressione dei grandi cartelli, quasi ne fossero la “forza belligerante”. Nella camorra, a differenza di cosa nostra, non esiste una vera e propria regia, questi gruppi non rispondono gerarchicamente a dei capi, però tutti sposano strategie e dinamiche che sono proprie dei grandi gruppi criminali. Sono pericolosi e violenti e hanno questo tratto che li accomuna molto ai delinquenti da fiction».Dunque, a questi piccoli gruppi, spesso capitanati da giovanissimi, viene “concesso” di agire da un clan al quale bisogna rispondere anche in termini di pagamento di quote. In caso di belligeranza, bisognerà fare comunque riferimento sempre a quella “famiglia” schierandosi al suo fianco: i Sibillo guerreggiavano a Forcella con i Bonerba, ma i primi erano espressione dei Contini e dei Rinaldi, mentre i secondi dei Mazzarella (storicamente rivali dei Rinaldi). «Ripropongono in piccolo storiche contrapposizioni dei grandi clan di camorra – prosegue il capo della Squadra mobile napoletana – È un fenomeno tipico di Napoli e di alcune sue zone: al Vomero non esiste, come anche nelle zone dell’alleanza di Secondigliano (Mallardo-Ricciardi-Contini), così come nella provincia, in zone come Afragola, Giugliano, Castellammare, comportamenti così violenti ed eccessivi non sono consentiti. La cosiddetta “stesa” non sarebbe concepibile, perché attirerebbe l’attenzione delle forze di polizia».  “Piccoli camorristi crescono”, verrebbe quasi da dire, così come nelle fiction i piccoli gruppi che vogliono espandere il proprio controllo a qualche strada in più del quartiere, vengono comandati da personaggi con soprannomi fantasiosi, tipo “Sangue Blu”, il giovane boss dei vicoli partenopei apparso nella terza stagione di “Gomorra”: look quasi da rapper e collo con le tre croci del Golgota tatuate «Così come un soggetto di 23 anni di Forcella – continua Luigi Rinella – ritenuto contiguo ai clan operanti nel centro storico, che a guardarlo ricorda il personaggio della finzione: stesso taglio di capelli, stessa barba, tatuaggi identici e stesso soprannome».Altra nota che differenzia questi criminali da fiction è l’uso dei social network. Una volta il boss era una figura della quale non si sapeva praticamente nulla, oggi, invece, grazie all’uso soprattutto di Facebook e Instagram, spesso questi criminali si espongono mostrando la loro “forza” in Rete: «Questa non è la camorra del “faccio i soldi perché un domani posso condizionare un voto o devo sedermi al tavolo dell’appalto importante” – continua Rinella – ma è più legata all’oggi e al momento. Una mentalità sicuramente riferita al momento storico e che li porta a mostrarsi a bordo di uno scooter costoso, oppure fotografati con tanti soldi in mano e decine di bottiglie di champagne aperte in discoteca. Ma, attenzione – conclude il capo della Squadra mobile partenopea – per definirli non usiamo termini tipo “baby boss” o “baby gang”, perché totalmente fuorvianti. Qui, anche se non fanno parte di grandi gruppi criminali, bisogna comunque parlare di camorra. Quella vera!».

04/03/2019