Claudio Galzerano*

Lotta al Jihad in carcere

L’importanza del monitoraggio degli estremisti islamici, anche quando sono già stati “assicurati” alla giustizia

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“Quando è stato dimesso dal carcere di S. Vittore sembrava quasi che avesse cambiato vita, era irriconoscibile, noi eravamo tutti stupiti. Da allora Moncef aveva iniziato a pregare quotidianamente, per più volte al giorno, a frequentare le moschee locali, i suoi discorsi diventavano sempre più monotematici perché era fissato sull’Islam, su Allah… non riuscendomi a spiegare un cambiamento così radicale e improvviso, ho collegato l’esperienza in carcere al suo processo di radicalizzazione: un processo che, probabilmente, aveva accresciuto e acuito un fenomeno già presente in lui...”. 

Così un teste racconta alla Corte d’Assise di Milano come fosse stato possibile che Moncef, ragazzo marocchino meno che ventenne affidato a una comunità di Vimodrone, fosse finito a combattere in Siria tra le fila di Daesh. Questo episodio ribadisce una convinzione che tra gli addetti ai lavori è sempre più diffusa: è finito, una volta per tutte, il tempo in cui l’interesse dell’investigatore antiterrorismo si fermava sulla porta d’ingresso del carcere. Conservo buona memoria di un’epoca in cui, con l’esecuzione del provvedimento restrittivo, chi aveva effettuato le indagini considerava la vicenda chiusa, il male estirpato, la comunità messa in sicurezza. L’esperienza maturata in Italia e altrove ci dice che oggigiorno le strutture detentive rappresentano uno snodo cruciale per chi si occupa di prevenzione del terrorismo internazionale, e questo sotto molteplici punti di vista. In primo luogo, il militante incallito che finisce in galera è molto probabile che tenti di approfittare della frustrazione e della disperazione provocata dalla prigionia per tentare di fare proseliti tra i suoi compagni di reclusione. I nostri archivi abbondano di esempi. 

Storie di radicalizzazione tra le sbarre
Quando nel 2008 la Digos di Bologna smantellò una cellula di nordafricani alle dipendenze di un veterano del conflitto in Bosnia, il tunisino Jarraya Khalil, accertò come questi avesse tra gli altri radicalizzato e reclutato un giovanissimo detenuto anch’egli tunisino, Kammoun Walid, durante un periodo di solo qualche settimana in cui condivisero la cella nel carcere di Ferrara. Pochi giorni furono sufficienti a Jarraya per fare breccia nella coscienza e nella psiche di Walid che si trasformò da piccolo spacciatore in un vero mujahid pronto ad immolarsi per il jihad. Il 21 gennaio di quest’anno la Digos di Catania ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di un 32enne convertito italiano, Giuseppe D., accusato di aver utilizzato i social network per irretire giovani utenti, sia uomini che donne, e convincerli ad aderire all’islam di matrice integralista. Fingendosi un predicatore egiziano, l’uomo aveva condiviso con i suoi target filmati e immagini di propaganda salafita-jihadista. Anche in questo caso la radicalizzazione di Giuseppe D. era maturata in galera. Il suo groomer (reclutatore) era stato un altro detenuto marocchino espulso nel 2017 per motivi di sicurezza. 

Accade poi sempre più spesso che dentro il carcere maturino processi di islamizzazione di radicalismi preesistenti, secondo le dinamiche così bene illustrate dal sociologo francese Olivier Roy. Il caso più emblematico resta quello del terrorista tunisino Anis Amri, l’autore del massacro del mercatino di natale di Berlino del 19 dicembre 2016, la cui fuga attraverso mezza Europa fu stoppata 4 giorni dopo a Sesto S. Giovanni da un valoroso equipaggio della Volante. Anis era sbarcato a Lampedusa 5 anni prima, approfittando dell’implosione delle strutture di sicurezza tunisine all’indomani della rivoluzione dei gelsomini. Spacciandosi per minorenne, qui da noi rivelò immediatamente la sua indole violenta e il disprezzo da sempre nutrito verso qualunque forma di autorità appiccando il fuoco al centro di accoglienza per minori di Belpasso, vicino a Catania, che pure gli aveva dato riparo e lo aveva sfamato. Arrestato per questi fatti e condannato a 5 anni, Amri iniziò un periodo di detenzione in cui rivestì di religiosità il suo temperamento rivoltoso: il risultato, di lì a qualche anno, sarà l’impeto di inaudita violenza terroristica capace di produrre 12 morti (tra cui l’italiana Fabrizia Di Lorenzo) e 56 feriti sulla Breitscheidplatz berlinese. 

Dopo il Web, il carcere è divenuto lo scenario che più frequentemente fa da sfondo ai fenomeni di radicalizzazione religiosa, una sorta di incubatore di ineguagliabile efficacia. Quanto ciò sia vero ce lo confermano alcuni interessanti numeri che prendiamo in prestito da un accuratissimo studio elaborato dai nostri colleghi dell’Antiterrorrismo francese: “... dei 71 terroristi che dal 2012 al settembre 2016 si sono resi responsabili di 17 attacchi portati a termine e di altri 29 progetti stroncati dai servizi di sicurezza, ben 23 si sono radicalizzati in luoghi di detenzione e/o nel circuito delle moschee salafite...durante la permanenza in galera, la frequentazione di jihadisti che diffondono un discorso capace di sfruttare abilmente il sentimento di ingiustizia così come le crisi di identità ha giocato un ruolo determinante nella radicalizzazione di detenuti comuni alla ricerca di redenzione...”. In effetti, per i detenuti già radicalizzati l’universo carcerario rappresenta un’ottima opportunità per interagire ed estendere la propria sfera relazionale ad altri ambienti delinquenziali, come quelli legati al traffico di armi. Fu nel penitenziario di Fleury-Mérogis che il franco-senegalese Amedy Coulibaly - rapinatore multirecidivo radicalizzato in carcere dal terrorista algerino Djamel Beghal – strinse quel patto criminale con Cherif Kouachi che portò agli eccidi di Charlie Hebdo e del supermercato kosher di Parigi del gennaio 2015. 

La strategie di prevenzione in carcere
Detto ciò, cosa fare per evitare che il carcere restituisca alla società civile delle bombe ad orologeria cariche di odio?  Affidarsi ai meccanismi ordinari di sorveglianza può non bastare: nel luglio 2016, il braccialetto elettronico che le autorità penitenziarie francesi gli avevano messo al polso non riuscì a impedire al tagliagole Adel Kermiche, fresco di giuramento al califfo Al Baghdadi, di sgozzare l’ottantacinquenne padre Jacques Hamel mentre celebrava messa nella chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray, in Normandia. 

L’Amministrazione penitenziaria italiana ha articolato una propria strategia di prevenzione antiterrorismo ed è stata raccordata alle diverse componenti istituzionali chiamate a valutare la minaccia jihadista. Il primo monitoraggio per tentare di cogliere fermenti di potenziale radicalizzazione risale a una dozzina di anni fa, quando Francesco Cascini, il magistrato che dirigeva l’Ufficio per l’attività ispettiva e del controllo del Dipartimento amministrazione penitenziaria, valorizzò gli esiti di un mirato rilevamento avviato all’interno delle carceri, iniziando da quelle a maggiore densità di detenuti musulmani. Fu in queste strutture, quasi tutte nel Settentrione d’Italia, che l’attività ricognitiva del Dap permise di enucleare e distinguere tra i detenuti di fede islamica i leader (quelli che conducevano la preghiera), i promotori (detenuti che interloquivano con le direzioni degli Istituti per ottenere la creazione di spazi per gli incontri di preghiera) e infine i semplici partecipi. Peraltro già da tempo, in collaborazione con la Direzione centrale della polizia di prevenzione, il Dap aveva iniziato ad effettuare un approfondito screening degli imam e dei mediatori culturali prima di autorizzare il loro ingresso all’interno delle strutture carcerarie. Nella fase successiva, l’Amministrazione penitenziaria ha focalizzato l’attenzione sui singoli detenuti di maggior spessore, scelti non solo sulla base della tipologia di reati di cui erano accusati ma anche in relazione al comportamento in carcere. Nei loro confronti fu dunque attivato un dispositivo teso anche a dettagliare i rapporti mantenuti con il mondo esterno, attraverso la corrispondenza extra e inframuraria, i colloqui visivi e telefonici, le somme di denaro inviate e ricevute. Siamo qui agli albori della creazione di un vero e proprio servizio di intelligence carceraria, le cui specifiche saranno in seguito perfezionate negli anni a venire. 

Il Dap trova CASA 
Al 2008 risale la connessione stabile del Dap con il Comitato di analisi strategica antiterrorismo – l’organo tecnico che riunisce forze di polizia e servizi di informazione e sicurezza ed è chiamato a valutare l’incidenza della minaccia terroristica – sotto la cui egida l’attività di monitoraggio carcerario venne rilanciata e affinata. Già a quel tempo fu possibile cogliere alcuni risultati significativi, soprattutto perché si riuscì a documentare come sia l’impegno politico-ideologico, sia la pericolosità di alcuni detenuti di orientamento radicale non fosse cessata con l’ingresso nelle strutture carcerarie. Eclatante il caso dell’estremista islamico tunisino Essid Sami Ben Khemais, l’emiro delle strutture di reclutamento qaediste operanti in Lombardia fino al 2001, sorpreso anni dopo nel carcere di Palmi con un microfono nascosto nel tacco di una scarpa, con cui registrava messaggi da far pervenire ai suoi sodali ancora in libertà, e con un seghetto che gli serviva per mettere in pratica il suo progetto di fuga. 

Da oltre un decennio l’attività di osservazione, monitoraggio e analisi del fenomeno della radicalizzazione in carcere operata dal Nucleo investigativo centrale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria il Nic (vedi box pag. 13, ndr) si è ulteriormente affinata, strutturandosi in tre livelli (basso, medio e alto) in cui sono suddivisi i detenuti a rischio che nel 2018 ammontavano complessivamente a 472). Le risultanze di questo lavoro sono straordinariamente utili sia per l’Autorità giudiziaria, cui sono trasmesse le notizie di reato, sia per le forze di polizia che sul territorio devono adottare idonee misure di prevenzione ed infine, come si legge nel rapporto ad hoc del Dap del 2018 , anche  “per l’attivazione dei processi di de-radicalizzazione, trattandosi di percorsi individuali che devono svilupparsi partendo dalle motivazioni che hanno portato il detenuto ad abbracciare l’ideologia estremista”. 

L’efficacia del sistema di condivisione tra gli Enti che partecipano al Casa delle notizie acquisite in ambito carcerario è confermata dall’incidenza delle espulsioni di ex detenuti monitorati sul numero complessivo degli allontanamenti dal territorio nazionale: nel 2017, su un totale di 105 soggetti radicalizzati espulsi dall’Italia 29 provenivano dal monitoraggio carcerario mentre nel 2018 il numero è salito a 48 monitorati su 126 allontanamenti adottati. 

Investire sulla de-radicalizzazione e il disingaggio
La consapevolezza che i processi di radicalizzazione trovano nelle carceri un ecosistema fertile  ha portato anche l’Unione Europea a operare investimenti massivi di risorse, studi e progetti nel settore. Due dei nove gruppi di lavoro del RAN (Radicalization Awareness Network, la rete di operatori di prima linea dedicato alla prevenzione della radicalizzazione, finanziato dalla Commissione Europea), il RAN Prison and Probation e il RAN Exit, sono focalizzati proprio sul contrasto della radicalizzazione in carcere e sulle strategie di uscita dall’estremismo violento. La prima raccomandazione per azioni da intraprendere in aree prioritarie, elaborata dal Gruppo di Alto livello della Commissione Europea sulla Radicalizzazione (HLCEG-R) nel maggio del 2018, riguarda la riconosciuta necessità di innalzare la capacità degli Stati Membri di sviluppare, implementare e valutare strumenti di rilevamento del rischio e programmi di disingaggio idonei a favorire una riabilitazione efficace e “su misura” di individui estremisti. La prima priorità definita nell’action plan per il 2019 dallo Steering Board europeo sulla radicalizzazione, che raccoglie l’eredità dell’HLCEG-R, è ancora la riabilitazione e la reintegrazione di soggetti radicalizzati in carcere, con un focus su un progetto a guida franco-svedese che si propone di sviluppare una piattaforma di conoscenza su come prevenire la radicalizzazione nelle prigioni, come lavorare con i detenuti accusati di terrorismo o di estremismo violento e infine cosa fare con i soggetti radicali che vengono rilasciati dal carcere. Le iniziative delle istituzioni europee si estendono anche al mondo dell’università e della ricerca attraverso progetti finanziati dal programma europeo Horizon 2020 e partecipati trasversalmente da entità governative e settore privato. Iniziative progettuali come Train Training e Trivalent, alle quali partecipano il Dap e la Direzione centrale della polizia di prevenzione, sono specificamente dedicate alla formazione delle competenze di staff, per gestire in ambiente multidisciplinare i rapporti in carcere con individui radicalizzati. Parallelamente anche molti Stati membri dell’Unione si sono dotati di strategie nazionali organiche per la lotta al radicalismo che conduce all’estremismo violento. Recentemente il Regno Unito ha presentato il suo modello denominato Prevent, una parte rilevante del quale è dedicata alle tecniche di Desistance e Disengagement degli estremisti. Lo stesso hanno fatto Francia e Austria, mentre i Paesi Bassi e quelli Scandinavi già da tempo hanno sperimentato meccanismi di intervento con buoni risultati. 

La lezione europea
Quali gli highlights e le linee direttrici europee che hanno dato prova di efficacia? Un primo concetto imprescindibile è l’unicità del soggetto a rischio radicalizzazione. Ogni individuo è la risultante di un vissuto e di fattori personali irripetibili che richiedono una valutazione del rischio accuratissima e interventi specifici che tengano conto di chiavi di accesso adatte al caso concreto. In secondo luogo gli interventi sulle persone a rischio devono essere erogati in ambiente multidisciplinare, proprio perché molto diverse e coordinate tra loro devono essere le risposte. Gli staff delle carceri, inoltre, devono essere formati, motivati e in possesso di competenze e sensibilità adeguate. Il dibattito su queste vicende ha portato a individuare alcuni fattori di supporto che possono facilitare i detenuti ad abbandonare il sentiero della radicalizzazione, distinguendo quelli di tipo cognitivo (l’angolo visuale e il modo di rapportarsi con la realtà), relazionale e occupazionale/vocazionale. Può essere molto importante offrire loro la chance di rivedere le proprie convinzioni da prospettive diverse sulla scorta di modelli positivi, così come essere inclusi in gruppi di relazione funzionali e perseguire progetti vecchi e nuovi di realizzazione personale in ambito lavorativo. In questo quadro sono risultate efficaci esperienze di mentoring, forme di sostegno psicologico e spirituale/religioso nonché di supporto ai nuclei familiari. 

In conclusione, la prevenzione nei luoghi di detenzione deve spingersi ben oltre la capacità di monitoraggio del fenomeno. Il pragmatismo che contraddistingue l’esperienza italiana – quella dell’approccio interministeriale e multiagenzia, basato sulla razionalizzazione della raccolta dei dati della vita inframuraria e quindi sulla loro condivisione  – costituisce una “buona pratica” cui, oggi più che mai, occorre accompagnare meccanismi di intervento più efficaci per il disingaggio, il depotenziamento e il recupero dei soggetti a rischio radicalizzazione.

*dirigente superiore della Polizia di Stato, direttore del Servizio per il contrasto dell’estremismo e del terrorismo esterno della Dcpp/Ucigos

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Difendere i nostri valori
“Estremismo islamico e sicurezza nazionale. Strumenti di lotta, investigativi e di prevenzione” questo il tema del convegno che si è tenuto il 15 febbraio a Bari nel Salone degli specchi del Palazzo di Governo. Il meeting, a cui hanno preso parte il capo della Polizia Franco Gabrielli, il direttore centrale della Polizia di prevenzione Lamberto Giannini, il procuratore di Bari Giuseppe Volpe e il sostituto procuratore Giuseppe Gatti, la presidente della 1^ sezione della Corte d’Appello Francesca La Malfa, il questore di Bari Carmine Esposito, Kieran Ramsey dell’Fbi e Izzeddin Elzir, già presidente dell’Unione comunità islamiche d’Italia, è stato moderato dal giornalista Francesco Giorgino. L’incontro, durante il quale sono state illustrate le strategie di lotta al terrorismo interne ed internazionali, è stato anche una importante occasione per ripercorrere le numerose operazioni di contrasto al terrorismo condotte dalla Polizia di Stato a Bari. Nell’intervento conclusivo, il prefetto Gabrielli ha sottolineato che: «Rinunciare ai nostri valori e al nostro stile di vita sarebbe una sconfitta. Nel nostro Paese gli appartenenti alle forze di polizia, all’intelligence e alla magistratura, sulla loro pelle, hanno costruito una professionalità che garantisce una cornice di sicurezza. Questa è certamente una delle concause principali che ci ha permesso sino ad oggi di essere immuni da attacchi». Condividere informazioni tra gli apparati d’intelligence internazionali e le forze di polizia e porre in essere misure tese alla deradicalizzazione, questi i due importanti pilastri su cui basare la lotta senza quartiere al terrorismo islamico emersi nell’incontro. 

Mauro Valeri

04/03/2019