Cristiano Morabito

Un calcio alla violenza

Il mondo del pallone nella bufera per l’ennesimo gesto di follia del 26 dicembre scorso. Un summit dell’Osservatorio sulle manifestazioni sportive ha fatto il punto della situazione

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Nonostante quel grido “Non si può morire di calcio”, alzatosi vent’anni fa da tutta l’Italia sportiva all’indomani degli scontri in cui perse la vita l’ispettore capo Filippo Raciti, il mondo del calcio piange un’ altra vittima, l’ennesima. Questa volta si tratta di Daniele Belardinelli, tifoso interista deceduto in seguito alla vera e propria battaglia che si è combattuta, fuori dallo Stadio di San Siro, prima di Inter-Napoli del 26 dicembre scorso, per la cui morte, proprio nei giorni passati, è stato arrestato il capo ultras dei “Viking” dell’Inter, Nino Ceccarelli.  

Certo durante questi anni si sono cercate varie soluzioni per evitare che gli stadi di calcio venissero considerati una sorta di “zona franca di impunibilità” in cui poter commettere qualsiasi tipo di reato: dallo steward alla “tessera del tifoso”, dal Daspo al biglietto nominativo, alla chiusura di parte dei settori e ai divieti di trasferte fino ad arrivare allo Slo (Supporter liaison officer), con il compito di fare da trait d’union tra tifoserie e società. Tutti provvedimenti presi nell’ottica di restituire ai tifosi “sani” lo spettacolo sportivo. 

Ed è proprio da questo obiettivo, che al momento sembra rimanere ancora difficile da raggiungere, che si è ripartiti lo scorso 7 gennaio, nell’ultima riunione dell’Osservatorio sulle manifestazioni sportive (nella foto in apertura), l’organismo del ministero dell’Interno presieduto da Daniela Stradiotto, che da anni si occupa proprio di trovare e mettere in atto i metodi migliori per consentire il tranquillo svolgimento degli eventi sportivi nel nostro Paese. Intorno ad un tavolo presieduto dal ministro dell’Interno Matteo Salvini si sono riuniti , all’interno della Scuola superiore di polizia, tutti i vertici del calcio italiano, della pubblica sicurezza, dello sport nazionale, ma anche degli organi di informazione. Tema: aprire un dialogo sempre più serrato e a corrispondenza biunivoca con le società di calcio per ridare al calcio di nuovo la sua dimensione puramente ludica e sportiva.

E che si stia andando nella direzione giusta, lo dicono proprio i numeri che testimoniano un trend in calo degli episodi di violenza. Mettendo a confronto il periodo 1 luglio-30 novembre 2017 con lo stesso lasso temporale del 2018, su 913 incontri monitorati (dalla Serie A fino ai campionati dilettantistici, passando anche per le partite amichevoli), i dati che saltano subito all’occhio ci dicono che gli incontri con feriti sono diminuiti da 47 a 20 (-57,45%), di conseguenza sono in netto calo anche i feriti tra i civili (da 35 a 15, - 57,14%) e tra le forze dell’ordine (da 48 a 24, -50%) e che il numero dei feriti tra gli steward è stato totalmente azzerato (da 6 a 0); in calo anche le persone denunciate (da 555 a 316, -43%) e quelle arrestate (da 50 a 10, -10%). In diminuzione è anche il numero degli elementi delle forze di polizia impiegati, 75.680 rispetto agli oltre 83mila dello stesso periodo del 2017. 

Quindi, numeri che, comunque, danno una fotografia migliore della palla tonda nostrana, ma sui quali una riflessione risulta essere doverosa, ossia quello del “trasferimento” degli episodi di violenza dall’interno degli impianti alle zone limitrofe degli stadi, nonché, in più di un’occasione, nei centri storici delle città, soprattutto in occasione di incontri internazionali. Emblematica è l’istantanea della fontana della “Barcaccia” a Roma, in piazza di Spagna (foto in basso), sfregiata dai tifosi del Feyenoord nel 2015, durante gli scontri che precedettero il match serale di Europa League tra la squadra olandese e la Roma.

Ed è proprio prendendo come spunto la recente morte del tifoso interista che il ministro dell’Interno Salvini ha introdotto i lavori della riunione dell’Osservatorio: «Non si può morire di calcio nel 2018, anche se con il calcio c’entra poco la violenza e il teppismo e l’uso dei coltelli. Chi va allo stadio con la roncola, il machete, la mazza da baseball o con il coltello in tasca, non è un tifoso, ma un delinquente. L’obiettivo è quello di sradicare la delinquenza da dentro e da fuori gli stadi e su questo useremo ogni mezzo necessario».

Inasprimento delle norme
La prima questione – ha proseguito Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alle presidenza del Consiglio, con delega allo sport – senza fare riferimento ad esperienze straniere che molto spesso vengono richiamate, ma che rispondono a condizioni di contesti profondamente diversi, non è semplicemente l’inasprimento delle pene, ma la certezza di queste ultime, cercando anche di accelerare e semplificare la possibilità di arrivare ad un giudizio in tempi rapidissimi, valutando l’introduzione di aggravanti per i reati commessi in occasione di manifestazioni sportive e di un protocollo operativo per le forze dell’ordine che agiscono spesso in condizioni di grande disagio e con grande dispendio». Affrontata anche la questione del divieto di trasferta: «Non è vietando le trasferte o chiudendo gli stadi che si dà un segnale – ha continuato Giorgetti – Il segnale lo si dà gestendo, regolarizzando e normando le trasferte e facendo in modo che queste siano sostanzialmente fatte secondo determinati requisiti».

Stadi di proprietà e trasferte collettive
«Stiamo lavorando su una legge che permetta, a chi lo vuole, di costruirsi più velocemente uno stadio di proprietà e da vivere sette giorni su sette – ha detto il ministro dell’Interno – Nuovi stadi, significa anche camere di sicurezza negli impianti, dove attuare misure cautelari per chi si macchia di episodi di delinquenza, violenza e teppismo». «Ho proposto di tornare a riautorizzare le trasferte collettive, perché sono molto più facilmente controllabili 1.000 tifosi su un treno, che lo prenotano dando il documento di identità, il certificato penale e il codice fiscale, piuttosto che avere 100 automobili e mini van incontrollati che entrano in città. In questo modo, anche se dovesse venire a mancare solo un posacenere, ne rispondono penalmente, economicamente e civilmente i singoli. Sono per responsabilizzare anche i tifosi, coinvolgerli con la certezza che chi sbaglia, paga. L’errore da non fare è quello di mettere tutti sullo stesso piano: i teppisti e quelli che la partita se la vogliono vedere in piedi in curva, cantando».

Cori razzisti, sospensione delle partite e chiusure degli impianti
«Ritengo sia molto scivoloso il tema “sospensione partite in caso di cori sconvenienti”, perché è un funzionario di polizia a doversi prendere onere e onore di decidere la sospensione o meno. È di sicuro una questione di civiltà, ma rischiamo di dover mettere in mano a pochi il destino di tanti, con il potere di discernere tra i cori razzisti, che vanno sempre e comunque condannati, dai semplici sfottò. Sono contrario alla chiusura di uno stadio, o di alcuni settori, e al divieto di trasferta, perché è la resa dello Stato. Bisogna garantire che chi sbaglia non viene sospeso per qualche mese e che chi sbaglia da tifoso debba essere punito pesantemente, ma chi sbaglia da tesserato deve essere punito il doppio perché ha una responsabilità in più». 
E, sui cori razzisti, anche il capo della Polizia, Franco Gabrielli, è intervenuto sulla questione sui media nazionali, rispondendo alle parole dell’allenatore del Napoli, Carlo Ancelotti, che avrebbe voluto sospendere il match della sua squadra a Milano con l’Inter, a causa dei continui “buu” del pubblico all’indirizzo del suo giocatore Koulibaly: «Fermarsi una tantum, come provocazione, può essere una scelta, ma diventa impensabile che possa decidere lui (Ancelotti, ndr.) se una partita può essere sospesa o meno. Bisogna far attenzione a riflettere su quel che si dice. Apprezzo e stimo l’allenatore del Napoli: la sua storia basterebbe per giustificare la fermezza e la decisione di dire ciò che ha detto ma, una volta che la squadra è nello spogliatoio il problema è finito, per chi sta fuori è solo iniziato – ha concluso il capo della Polizia – Le regole parlano chiaro ed è l’autorità di pubblica sicurezza a dover decidere cosa fare».

Più responsabilità a tutti gli attori
«I tesserati – ha concluso nel suo Giorgetti – in primo luogo dovrebbero essere richiamati nelle loro dichiarazioni pubbliche, nelle fasi antecedenti le partite e in quelle successive, per cercare di non alimentare la retorica degli ultras, perché questo di certo non aiuta a sterilizzare quel fenomeno di proselitismo che viene alimentato dal continuo discutere su certi argomenti. Ho ribadito questo concetto di richiamo anche ai tesserati (dai singoli calciatori ai presidenti delle società): evitare di buttare continuamente benzina sul fuoco. Se vogliamo cambiare culturalmente, dobbiamo farlo iniziando a dare esempi positivi ai 12 milioni che si mettono di fronte al televisore per vedere le vicende sportive e da lì devono trarre qualche utile insegnamento». Qualcosa nel mondo del calcio si muove. “Finalmente”, direbbe qualcuno. 

31/01/2019