Luca Scognamillo

Un anno disegnato

Dodici mesi, dodici autori: ecco il Calendario 2019 della Polizia di Stato

pp 11-18

Pensando al 2019 della Polizia di  Stato non si poteva che puntare sui nuovi 23 segni distintivi di qualifica che renderanno visivamente coerente ed esplicita l’identità civile della nostra Istituzione. Come rappresentare e far vedere ciò che ancora non è realtà? Lo si può fare attraverso l’arte del disegno. Prevedere il futuro. Rendere visibile sin da subito, ciò che solo nel 2019 potremo vedere tra le strade del nostro Paese: è questo il mandato che abbiamo dato a dodici grandi autori del fumetto e del graphic novel italiano, che hanno lavorato per noi immaginando con i loro tratti stilistici dodici momenti dell’attività di donne e uomini della Polizia di Stato, ognuno con il riferimento del nuovo distintivo di qualifica che pertiene a questo tipo di attività e di servizio.

Molti di questi disegnatori sono conosciutissimi e amati dal pubblico dei lettori dei fumetti, giovani di ogni età, altri li conoscerete e apprezzerete come noi abbiamo imparato a fare vedendo nascere questo Calendario. 

Si va dall’ormai “nostro” Jonathan Fara, il piu giovane di tutti, disegnatore del Il Commissario Mascherpa  pubblicato su Poliziamoderna a puntate (del quale è stato appena stampato il volume della prima storia) al mostro sacro Bruno Brindisi, grazie al quale prende forma il seguitissimo Dylan Dog e hanno preso forma molte delle storiche avventure di Tex Willer.

Gli altri sono: Max Bertolini, Daniele Bigliardo,Stefano Casini, i fratelli Raoul e Gianluca Cestaro, Roberto De Angelis, Raffaele Della Monica, Alessandro Nespolino, Luca Raimondo, Luigi Siniscalchi, Walter Venturi.

Sono stati scelti per il loro tratto realistico e le abilità pittoriche che vanno oltre la mera rappresentazione veristica e anche perché, ognuno nel proprio contesto tematico, ha dato volto e azione a investigatori, trame gialle, personaggi coraggiosi e in lotta contro le ingiustizie sia che si trovassero nel far west o nelle megalopoli odierne, in mondi fantastici o addirittura in altri pianeti. Ne è uscito un panorama di tavole variegato e complesso. Ciascuna connotata da un tratto più o meno marcato con colori più tenui o più intensi. Come variegato e complesso è il mondo della Polizia di Stato, ma tutto rivolto al servizio della nostra collettività.

Come ormai da tradizione, anche quest’anno i proventi del Calendario saranno devoluti a un progetto benefico. Per il 2019 sono stati scelti il progetto Unicef per lo Yemen e il Piano Marco Valerio, per le cure delle malattie pediatriche gravi dei figli dei poliziotti.

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Il virus arriva da Salerno 
Nella stanza dove Roberto De Angelis crea le sue opere si respira allo stesso tempo genialità creativa e rigore professionale: è qui che tra pennelli, carta da disegno, inchiostri e tavolette grafiche incontriamo anche i suoi amici e colleghi Bruno Brindisi e Luca Raimondo. Veniamo accolti così, in un’atmosfera di affabile ospitalità, da tre tra i migliori disegnatori del panorama fumettistico italiano.  Bruno e Roberto sono i fondatori della cosiddetta “scuola salernitana”: nel 1983 pubblicano la rivista autogestita e autofinanziata Trumoon, con l’intento stilistico di utilizzare un linguaggio comunicativo e popolare, che avesse però le raffinatezze grafiche del fumetto d’autore. Poi sempre assieme si presentano, a fine ’80, all’editore Bonelli. Luca arriva (anche anagraficamente) con 10 anni di “ritardo” rispetto ai maestri e quando, dopo essersi messo in luce professionalmente, viene presentato ad Angelo Stano, il commento del fumettista è stato «c’è forse il virus della creatività a Salerno?».

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Bruno Brindisi: fumetti come al cinema
L’autore della tavola dedicata al Reparto prevenzione crimine è uno dei più grandi artisti italiani nel suo genere. «Dai fumetti di Bruno puoi togliere anche i testi dai balloon – così lo descrive il collega Luca Raimondo – si capirebbero ugualmente». «È la combinazione particolare di linea e forma che definisce la potenza del suo stile, le figure più che disegnate sembrano scolpite», gli fa eco Roberto De Angelis. Brindisi è noto per la sua capacità di raccontare con impressionante naturalezza e per riuscire a ottenere con grande rapidità il risultato voluto – di questo siamo testimoni oculari, a giudicare dal Tex che in pochi minuti si è materializzato davanti ai nostri occhi. Il suo è uno stile “immersivo”, attraverso l’uso sapiente dei piani che portano il lettore al centro della scena, proprio come nella tavola che ritrae la Polizia di Stato davanti alle Vele di Scampia, dove il senso drammatico viene accentuato dall’inclinazione: l’immagine sbieca sottolinea infatti la tensione creando un senso di allarme. Quello che fotograficamente potrebbe definirsi grandangolo viene utilizzato in un modo tutto particolare, raccontando con immediatezza il controllo sul territorio che i poliziotti svolgono quotidianamente nei cosiddetti “quartieri difficili”. Abbiamo ripercorso insieme a questo maestro della matita, le tappe principali che ne hanno segnato la carriera e lo riconducono immancabilmente all’86, anno cruciale per il fumetto, quando la casa editrice Bonelli concede carta bianca a Tiziano Sclavi per creare un nuovo personaggio horror il cui boom, di lì a poco, sarebbe andato a incidere su tutte le creazioni bonelliane, a dispetto di chi dichiarava lo stato di crisi del fumetto. Il riferimento è ovviamente a Dylan Dog, personaggio perfettamente sincronizzato con la generazione dei lettori che lo hanno accompagnato negli anni e il cui fascino risiede principalmente nelle storie. «Sono capitato sempre nel momento giusto: da bambino ho avuto la fortuna di leggere il Topolino più bello della storia, da adolescente Tex e Zagor erano all’acme della creatività, poi sono uscite le riviste Frigidaire e Métal hurlant, i lavori di Andrea Pazienza quando avevo 18 anni: è come se il fumetto fosse cresciuto assieme a me – racconta Brindisi – quando me ne stavo disaffezionando è saltato fuori Dylan Dog che mi ha fatto innamorare di nuovo, sia per le tematiche, sia perché i disegnatori utilizzavano una tecnica completamente diversa da quella a cui eravamo abituati nelle serie italiane, una modernità inedita che mi dette l’input per trovare la strada giusta, così iniziai in Bonelli nell’89 proprio con questo personaggio». I grandi motivi ispiratori per Bruno arrivano tutti dagli Anni ’80, periodo in cui la grande innovazione nelle arti grafiche fermenta, rimanendo uno stimolo tuttora valido. «Non sono contro il fumetto giapponese ma la “manghizzazione” ha in un certo senso snaturato la scuola realistica italiana, con un’attenzione esagerata al segno, al colore, creando una sorta di barriera tra il lettore e la narrazione. Per me il fumetto deve far dimenticare di esserlo e portarti dentro la storia». E Bruno traduce in modo ineccepibile questo concetto, creando sequenze dinamiche paragonabili a quelle cinematografiche, con vignette introduttive che portano immediatamente nel contesto spaziale ed effetti che danno il senso del movimento e quello, immancabile, della sintesi.  
Cristina Di Lucente

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Roberto De Angelis: l’illustratore visionario
«Il mio interesse per quanto riguarda il fumetto sta tutto in un particolare: la capacità di raccontare per immagini», esordisce così l’autore della tavola dedicata alla Polfer, “fotografando” con un tratto geometrico e preciso i controlli in stazione. Sì, perché Roberto De Angelis confessa di essere quasi un pittore mancato, non a caso uno dei suoi preferiti è l’olandese Hieronymus Bosch, un visionario che si distaccava notevolmente dai suoi contemporanei di fine 400. A influenzare Roberto è l’immagine statica che più di qualsiasi altra cosa sa raccontare, riuscendo a veicolare messaggi e significati profondi e potenti e a questo proposito cita maestri come Sergio Toppi e Milo Manara, ma anche Otomo, il disegnatore del manga Akira, un’opera titanica dove la massima accuratezza viene prestata non soltanto ai disegni ma anche allo sfondo. «Ho un grande debito di riconoscenza nei confronti di questo animatore giapponese per la creazione di Nathan Never – l’eroe di fantascienza di cui sarebbe diventato presto il disegnatore di punta – dopo aver fatto le consuete tre tavole di prova per la Bonelli, dove cominciai a lavorare insieme a Bruno (Brindisi, ndr), mi venne chiesto di dedicarmi a questo nuovo personaggio». Da quel momento, era il 1989, l’artista ha preso in mano il mondo di Nathan Never e lo ha plasmato grazie al suo grande talento da illustratore dallo stile visionario e all’uso eccezionale del colore, «le prime tavole che vidi di Roberto erano degli acquerelli straordinari – racconta Brindisi – e di lui mi piace sottolineare la meticolosità nel disegno, quando lo vedi all’opera sembra un plotter, una macchina teleguidata da una forza superiore; e poi come dimenticare il fascino delle donne che disegna». Per la generazione di disegnatori come Roberto convivono allo stesso tempo l’immaginazione e la fantasia con un senso drammatico della vita, «un’immagine diventa più interessante se si intuisce solamente – afferma l’illustratore – ma noi siamo cresciuti presto, nostro malgrado, perché l’esistenza ci costringe con il suo cinismo a diventare grandi». 

Così, nella tavola che ha illustrato per il Calendario della Polizia di Stato, ritrae una persona di spalle sottoposta a controlli di polizia, creando un senso di sospesa inquietudine in un ambiente pubblico, che nell’illustrazione è simbolicamente rappresentato dal sorriso innocente di una bambina che si intravede sullo sfondo.
Cristina Di Lucente

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Luca Raimondo: Una religione chiamata Eduardo
Linea e forma si combinano insieme in immagini raffinate, sarà per la familiarità con i disegnatori francesi che prestano un’attenzione particolare allo studio dell’inquadratura. Proprio come nella tavola che Luca, con stile descrittivo e disegno minuzioso, ha realizzato per il nostro Calendario rappresentando la Squadra mobile e utilizzando a questo scopo un approccio da illustratore. Per il Calendario 2019 ha fatto anche una ricerca personale: «È il mio modus operandi – racconta – Quando non c’era Internet questo lavoro lo svolgevo andando sul posto, oggi mi ispiro a immagini tratte da serie tv o video che si trovano in Rete, magari realizzati utilizzando droni. Trovati gli elementi, li assemblo, cercando di dare loro una forma gradevole e di comporre l’illustrazione in modo che veicoli il significato del tema». Così traduce il senso del «lavoro complicato del poliziotto, che un pò come quello del medico sottopone gli operatori a grandi stress», attraverso un collage che accosta gli elementi “scottanti” di una professione rischiosa. Vivendo a Salerno, in uno spazio urbanistico relativamente ristretto, il fumettista scoprì che non c’era solo Bruno Brindisi – che abitava a 300 metri di distanza – ma un nutrito gruppo di disegnatori che lavoravano in “casa Bonelli”. E a suo dire, questa non è stata l’unica fortuna: «Sono riuscito a trasformare la mia passione in un’attività lavorativa, svolgendola in maniera libera: spesso con la professionalizzazione sopraggiungono infatti i condizionamenti. Entrare nella Bonelli è come far parte di una famiglia, abbracciarne il sistema grafico e la linea editoriale, un contesto che magari non ti appartiene troppo ma ti fa crescere». Pur avendo l’indole naturale di raccontare storie attraverso disegni, Luca Raimondo si confessa non autentico appassionato di fumetti «ho sempre letto in maniera ostinata solo quello che piaceva a me», ma quando arrivò Dylan Dog fu amore a prima vista e capì che era ciò che avrebbe voluto disegnare. Non si stanca poi di sottolineare il grande tributo di riconoscenza verso  De Angelis e Brindisi, che gli hanno permesso di comprendere il passaggio dall’avere una semplice passione all’essere professionisti: «Dopo averli conosciuti ho capito che bisognava studiare, mi sono messo a leggere tutti i fumetti nei quali mi imbattevo, come si fa a scuola». Tra le sue preferenze il fumetto franco-belga, Hugo Pratt in particolare, che definisce letteratura disegnata. E a questo proposito è inevitabile parlare della letterale venerazione nei confronti di Eduardo De Filippo e delle sue rappresentazioni «Come in ogni casa campana, l’ho conosciuto fin da ragazzo; per me è un grande filosofo: un pò come nel Vangelo, nella sua opera trovi continuamente delle verità». Di lì a rappresentarlo a fumetti, non appena se ne presentò l’occasione, il passo fu breve. 
Cristina Di Lucente

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Daniele Bigliardo: il mago del chiaroscuro
È architetto, fumettista autodidatta, realizza libri di pop up, crea ologrammi con Photoshop, canta nel coro della cattedrale di Anagni, la sua città adottiva. E non solo. Daniele Bigliardo, 55 anni, napoletano doc, è un artista eclettico che, appena diciassettenne, ha collaborato con il regista teatrale Mario Martone. 25 anni fa, dopo aver fondato la Scuola italiana di Comix, ha esordito per Sergio Bonelli Editore, con Dylan Dog, ne “Il canto della sirena”. Da quel momento è stato amore a prima vista. Dopo 20 anni «abbandonare Dylan Dog è stata dura anche perché ho avuto molte soddisfazioni. Comunemente si è tenuti a credere che il disegnatore sia oggetto delle mire dei fan, ma è il contrario. Alla fine tu non sei il grande disegnatore che pensi di essere, perché la gente ama il personaggio», confessa con un po’ di amarezza Daniele, che ha aperto a Poliziamoderna le porte del suo “pensatoio”, con una parete occupata interamente dalla gigantografia dell’affascinante investigatore dell’incubo. 

«Il sogno di chi disegna è quello di inventare un mondo che non esiste e che diventa realtà – prosegue – mi domando anche se chi legge riesca a “entrare” in quello che illustro». Bigliardo disegna di notte, «perché mi concentro meglio e mi sembra di guadagnare più tempo rispetto agli altri». Ma come lavora un fumettista? «Ci passano la sceneggiatura – spiega – sai già per chi lavori, conosci il tipo di fumetto, la scansione della storia e quale sarà l’uscita tipografica». Anche per il Calendario della Polizia di Stato gli è stata commissionata una tavola. «Avevo in mente immagini “estreme” – mostra il bozzetto – volevo creare qualcosa di più artistico, più difficile da interpretare ma ho capito che per voi il Calendario è soprattutto uno strumento didattico. Mi hanno proposto di illustrare la Scuola superiore di polizia, con la formazione dei funzionari». Sull’immagine da lui realizzata risalta al centro la bandiera, simbolo della Patria, dell’Istituzione e della sua tradizione. Inconfondibile il suo stile grafico, ricco di chiaroscuri, tratti realistici ed espressività fisiognomica dei personaggi, con una cura certosina dei particolari scenografici e sequenze da inquadratura cinematografica che rappresentano le varie attività della Scuola.

Dylan Dog è stato l’ultimo dei personaggi di successo. «Il pubblico si adatterà sempre di più, fino a scomparire – sostiene il disegnatore – Stiamo andando verso un mercato unico globale dove pensare che il fumetto sia un territorio franco è sbagliato: è un mondo che sta cambiando. Anche per i cartoni animati il mercato è mondiale. Ho esplorato la grafica tridimensionale con “Il piccolo Sansereno”: pensavo che la novità avesse un successo strepitoso ma la realtà era un’altra», sorride. Come si batte la concorrenza? «Con l’originalità ma anche con la tradizione: dobbiamo realizzare quello che abbiamo dentro perché fa parte delle nostre peculiarità, un vantaggio per noi. Il sogno nel cassetto? Progettare un fumetto tutto mio», conclude entusiasta il maestro del tratto. L’ultima sfida di Daniele Bigliardo per la Sergio Bonelli Editore sono alcune de “Le storie del commissario Ricciardi”, scritte da Maurizio de Giovanni di cui il fumettista ha disegnato il primo episodio.
Valentina Pistillo

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Jonathan Fara: tra realtà e finzione
L’ufficio di un commissariato è l’immagine del mese di aprile del calendario 2019. A disegnarla è Jonathan Fara già conosciuto ai lettori di Poliziamoderna come creatore di Mascherpa. È, infatti, il “nostro” commissario in piedi al cellulare a catturare subito lo sguardo di chi guarda la scena, dove ritroviamo anche altri due protagonisti del fumetto, l’agente scelto, Laura Macolino, seduta davanti al suo computer e l’ispettore, Ivo Miraglia, mentre parla con due cittadini. 

«Ho accettato di partecipare al Calendario perché mi è piaciuta l’idea – osserva Jonathan – In realtà non immaginavo come fosse un ufficio di polizia, ma ho fatto delle ricerche su Internet, ho guardato delle fotografie e alla fine è venuto fuori un mix di realtà e fantasia. Invece le bandiere, lo stemma e i calendari che sono appesi al muro li ho inseriti dietro suggerimento di esperti della Polizia di Stato.  Ho deciso di mettere fuori della finestra una macchina che si vedesse, per indicare meglio dove ci si trova. Essendo una illustrazione, e non un fumetto, tutto il racconto deve essere concentrato in un’unica immagine. A me sembra che funzioni».  

Fara ricorda come è nato il personaggio di Mascherpa: «Prima di disegnare le storie del commissariato di Diamante non avevo mai collaborato con la polizia e sinceramente non sapevo nemmeno dell’esistenza di Poliziamoderna; è stata una proposta che non mi sarei mai aspettato ma il progetto mi è sembrato bello e sono contento che stia andando bene».  

«Mascherpa l’ho creato secondo delle caratteristiche che mi ha dato lo sceneggiatore, Luca Scornaienchi e, in base a quelle, ho visualizzato il suo aspetto ispirandomi a Pedro Pascal, un attore cileno interprete della serie Narcos. Gli altri personaggi li ho inventati».

«Penso che il fumetto sia uno strumento efficace anche per diffondere i valori della legalità. Con la graphic novel è entrato nelle librerie aprendosi a un pubblico che prima non lo  considerava, giudicandolo un genere minore. Fare un fumetto è una cosa complessa ma poi, una volta realizzato, si presta a una “facile” lettura perché i disegni invogliano i ragazzi a leggerlo, così i messaggi positivi possono arrivare a una platea che non si informa con la televisione o i giornali». 

«Vorrei vedere questo calendario in scuole o uffici: mi sembra un’ ottima idea fare interagire il variegato mondo del fumetto con quello della polizia». 
Antonella Fabiani

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Raffaele Della Monica: io e Topolino
Di solito ci si immagina un fumettista come un personaggio particolarmente alternativo, fuori dall’ordinario, che rompa gli schemi. E invece, quando incontriamo Raffaele Della Monica nel suo studio di Nocera Superiore, tutto pensiamo tranne che ad uno dei più importanti creatori di fumetti in Italia. Alcuni nomi? Mister No, Martin Mystere, Tex  e, soprattutto, il principe di tutti i comics: Topolino

«Ho iniziato a disegnare nel 1980, ma nell’86 per la prima volta ho disegnato Topolino, per poi passare alla Bonelli su Mister No, Martin Mystere e Tex: personaggi che amavo da ragazzo. Ma Topolino è stata la mia partenza e gli sono particolarmente legato. È un personaggio difficilissimo da disegnare, perché se si sbaglia anche un piccolo tratto lo si può trasformare in un mostriciattolo».

A Raffaele Della Monica per il Calendario 2019 è stata affidata la tavola sui Cinofili: «La mia storia racconta da sempre il mio amore per gli animali. Quando mi è stato detto di illustrare i Cinofili della polizia, ho subito pensato a qualcosa di spettacolare e che prediligesse un po’ quella “azione” che, nell’immaginario, caratterizza il lavoro del poliziotto. Ho iniziato a disegnare i cani intenti a sventare un traffico di stupefacenti. Poi, ho cambiato rotta, proprio perché il lavoro del poliziotto, in quei casi, è soprattutto investigativo e mi sono concentrato su un’altra attività: quella del soccorso». Così è nata la tavola del mese di agosto, con i Cinofili che sono impegnati nella ricerca e recupero dei dispersi durante il terremoto in Centro Italia. Una collaborazione non difficile per Della Monica, da sempre disegnatore di “uomini di legge”, come Topolino e Tex: «Nel fumetto, l’eterna lotta tra bene e male è illustrata in molteplici modi, dando molta attenzione, oltre all’azione, anche all’introspezione dei personaggi. Ho conosciuto la polizia tramite fiction e telefilm e sono un grande appassionato di Montalbano. Di lui mi ha sempre colpito l’essere una persona normale, con tutti i problemi quotidiani legati all’essere umano, che fa un lavoro speciale, pur arricchendolo con la grande umanità che lo contraddistingue. Proprio come i poliziotti veri».
Cristiano Morabito

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Gianluca e Raoul Cestaro: i gemelli del Comix
La location è di quelle da mozzare il fiato: una terrazza a Posillipo, dalla quale, si può ammirare tutta la bellezza del golfo di Napoli, con il Vesuvio sullo sfondo. Un po’ difficile non sentirsi ispirati in un posto del genere. Ed è proprio in una giornata limpida in cui il capoluogo partenopeo dà il meglio di sé, che incontriamo Gianluca e Raoul Cestaro, i due disegnatori protagonisti, con la loro tavola sui sommozzatori della Polizia di Stato, del mese di luglio del Calendario 2019.

Gianluca e Raoul sono gemelli non solo nella vita, ma anche sul lavoro. Folgorati sulla via del fumetto fin da piccoli, frequentano il liceo artistico «Una scelta obbligata per chi ama il disegno in genere», ci raccontano; la loro carriera nasce da semplici appassionati, quando, da assidui lettori di Dylan Dog, inviano qualche disegno, come tanti altri lettori, alla rubrica di posta del fumetto di Bonelli editore, la “posta dylaniata”: «Avevamo 15 anni e, con nostra immensa sorpresa, uno dei nostri disegni piacque talmente tanto da trovare spazio in un album illustrato dal maestro Bruno Brindisi». Da lì inizia la carriera dei due gemelli del fumetto che, in breve tempo, arriveranno a disegnare tavole per Nathan Never, Zona X e per il “principe” delle edizioni Bonelli, Tex, un punto di arrivo sognato da tutti i fumettisti di casa nostra.

 Quella dei gemelli Cestaro non è una semplice collaborazione reciproca, ma una vera e propria simbiosi che si trasferisce sul foglio bianco sotto forma di disegno, infatti la loro tecnica è quantomeno singolare: «Si potrebbe pensare che disegniamo sempre insieme, e infatti molte volte uno fa il tratto e l’altro lo colora, ma il più delle volte negli albi che ci vengono commissionati, uno si occupa di tutte le tavole pari e l’altro di quelle dispari». E distinguere chi faccia cosa non è semplice all’occhio del lettore, ma, come ci dicono sempre insieme «Uno è un po’ più “spigoloso” e tendente a una maggior deformazione della realtà, uno stile un po’ più grottesco, mentre l’altro è più realistico nelle forme».

Una tecnica particolare, la loro, usata anche per la tavola del Calendario 2019: «Quando la polizia ci ha contattati, fu una vera e propria sorpresa, perché mai avremmo pensato che un’Istituzione così importante avrebbe voluto realizzare il proprio calendario ufficiale all’insegna del fumetto che, a differenza della fotografia, nasce dall’interpretazione artistica della realtà da parte dell’autore. Abbiamo anche visionato alcuni filmati sui sub della polizia, per documentarci meglio, e abbiamo così inviato il primo bozzetto, in cui la ragazza in bikini, salvata dagli uomini rana, restava impigliata in una rete. Certo, non siamo abituati a disegnare per un’Istituzione, infatti ci è stato fatto notare come la ragazza, piuttosto procace, facesse un po’ un “effetto-Baywatch”, così abbiamo deciso di farle indossare una muta». Come tutte le opere dei due gemelli, anche questa, realizzata con tecnica mista (disegno a china e colorazione e ombreggiature in digitale), in una collaborazione sempre stretta, quasi si trattasse di una sola mano sul foglio bianco. In effetti anche le risposte durante l’intervista spesso sono arrivate all’unisono: «chi è il più bravo tra i due?», in coro rispondono: «Lui!». O anche: «Ma è tutto rose e fiori?», risposta: «Beh, no… ogni tanto qualche pennarello vola!».
Cristiano Morabito

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Luigi Siniscalchi: Enfant prodige
Gli esordi da fumettista risalgono all’età di 14 anni, quando affiancava Giuliano Piccininno nei disegni di Alan Ford, un personaggio comico-grottesco, è lì che si è “fatto le ossa” perché, tiene subito a precisare, disegnare e raccontare a fumetti sono due cose ben distinte, la prima abilità non presuppone la seconda. Sintetico e pittorico, questo in due parole lo stile di Luigi Siniscalchi, che ha illustrato per la Polizia di Stato la tavola del calendario dedicato alla Scientifica. «Ho immaginato per questo lavoro una scena forte. In primo piano ho posto una croce per dare un senso horror in stile Dylan Dog; lasciando spazio all’immaginazione ho mostrato un dettaglio: due fotografi della Scientifica intenti a inquadrare un pezzo di carta insanguinato, forse un messaggio lasciato dal presunto serial killer; sullo sfondo il fullback con il materiale per fare i rilievi, un segno di innovazione nel lavoro della Polizia». In effetti, tornando alle caratteristiche dell’illustratore salernitano, la duttilità è un altro elemento che lo definisce, il segno cambia e si adatta al tipo di racconto, come in questo caso: trattandosi di “poliziesco” la tavola ricorda un po’ un noir. Per dare un senso intimista alla scena utilizza il colore in senso impressionista, più caldo rispetto al bianco-nero tipico dello stile grafico del fumetto, ma applicando i toni acidi per creare un senso di fastidiosa angoscia.

Anche Siniscalchi si riconosce nel nucleo originario della “scuola salernitana”, «è grazie a Bruno Brindisi che ho conosciuto molti disegnatori italiani come Toppi e Micheluzzi; con i “ragazzi” ci siamo influenzati a vicenda ispirati dalla linea di Jean Giraud e insieme abbiamo cominciato in Bonelli, dove ancora oggi disegno per l’ultimo “nato”, Il commissario Ricciardi, un fanta-horror ambientato negli Anni ’30 tratto dai romanzi di Maurizio De Giovanni».

Le grandi ispirazioni di Luigi sono comunque da ricercare nella letteratura, nelle atmosfere dei romanzi di Simenon con i quali lascia lavorare l’immaginazione per arrivare a disegnare alla sua maniera, costruendo immagini dall’inchiostratura veloce che illustrano in maniera chiara e leggibile le storie. «Da appassionato di cinema e letteratura non ho mai avuto problemi con scrittori e sceneggiatori, cerco di sentirmi il più possibile coinvolto per ricreare atmosfere e “servire” quanto più fedelmente la storia». E confessa anche di essere stimolato dalle sfide, come quelle di un pubblico sempre più critico ed esigente, «fare fumetti non è facile, è necessario studiare perché si disegna per molte persone che conoscono dettagliatamente quello che tu stai realizzando». Infine dichiara la sua ammirazione per il lavoro del poliziotto, che definisce una professione interessante e complicata, «sono onorato se penso che nei commissariati di polizia verrà appeso il Calendario con la tavola che ho illustrato».   
Cristina Di Lucente

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Alessandro Nespolino: fantasia e precisione 
Ha frequentato l’istituto per geometri, ma sin da piccolo aveva la passione per Dylan Dog e Diabolik. Alla fine ha scelto di disegnare fumetti: con il suo tratto chiaro e preciso e il talento ha conquistato Bonelli. «Mi hanno preso per la serie Nick Raider, Magico Vento, Shanghai Devil, Adam Wild», racconta Alessandro mentre ci riceve nella sua casa di Casalnuovo di Napoli, dove c’è anche lo scantinato-studio: il suo regno. Nespolino ha anche insegnato alla Scuola italiana di Comix, ma è famoso per aver creato per tanti anni il West di Tex Willer e aver realizzato i cavalli in movimento dalla complicatissima anatomia. 

«Faccio questo mestiere da più di venti anni. A me interessa il lato umano dei soggetti che illustro e, anche quando mi propongono un argomento, sento l’esigenza di contestualizzarlo. Devo avere una sorta di trasporto che mi aiuti a entrare nel disegno stesso». La Polizia di Stato lo ha scelto per illustrare il Reparto mobile e lui abilmente ha tratteggiato i poliziotti durante una manifestazione, inserendo anche  un agente di colore: «Ho voluto realizzare questa tavola inserendo i “celerini” in un momento di ordine pubblico ma la mia idea di polizia è  legata a un discorso di solidarietà e integrazione», spiega il fumettista napoletano. Al centro dell’immagine campeggia un agente con il casco da ordine pubblico azzurro, l’ubot. Nella visiera è riflesso un ragazzo e altri manifestanti. Così ci immagina Nespolino, dopo essersi documentato sui particolari delle divise, dell’equipaggiamento e delle autovetture. Proprio per la macchina del Reparto, Alessandro precisa: «sono papà di due bambine a tempo pieno, visto che lavoro quasi sempre da casa. Questa volta ho avuto una collaboratrice di eccezione: per colorare la jeep mi ha dato una mano mia figlia piccola».
Valentina Pistillo 

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Stefano Casini: quando la passione diventa lavoro 
A illustrare l’attività del Nucleo operativo centrale sicurezza (Nocs) è stato il disegnatore toscano. Collaboratore della Sergio Bonelli editore dalla nascita di Nathan Never, di cui entra a far parte da subito dello staff, è tra i fondatori dell’Accademia delle arti digitali Nemo di Firenze, scuola di animazione, web design, cinema e tecniche digitali. La sua passione per il disegno è nata con lui: «Alle elementari ero sempre il più bravo, nel giornalino scolastico ero quello che faceva le illustrazioni, e avevo una caratteristica molto particolare: se dovevo fare un personaggio non partivo canonicamente dalla testa, potevo iniziare anche da un tacco e poi salire». Per Stefano era talmente naturale disegnare che sentiva come se non avesse nessun merito per questo talento. L’unica cosa certa era però la sua passione per i fumetti: «La mia generazione è quella cresciuta coi “giornaletti” e anche io ne compravo tantissimi. Mia mamma mi “litigava” sempre perché io guardavo solo le figure, lo facevo perché mi piacevano i disegnatori e da subito ho maturato un occhio molto critico sul modo di disegnare e sugli stili. A sei anni avevo già le mie preferenze: mi piacevano i fumetti realistici, quelli western, tipo Tex Willer ma non compravo tutti i numeri, solo quelli disegnati da certi fumettisti, all’epoca non era scritto il disegnatore ma io li riconoscevo a occhio». I suoi primi impieghi sono stati in ambienti lontani dal fumetto, ma a un certo punto la sua passione ha prevalso sulla sicurezza del posto fisso e il suo passatempo è diventato il suo lavoro: «Come dicono alcuni miei vicini, io vivo facendo i “disegnini”, sì questo è il mio lavoro e sono molto felice di farlo!». In primavera a Stefano è arrivata la chiamata della Polizia di Stato: «Per prima cosa ho pensato… son fregato, mi hanno trovato – scherza il disegnatore – La richiesta di collaborazione è stata una piacevolissima sorpresa resa più facile dal fatto di dover disegnare una scena d’azione, che è il mio pane quotidiano. Altra nota positiva il fatto di aver libertà assoluta sulla realizzazione: la tavola l’ho disegnata a mano e colorata ad acquerello». Stefano ci ha spiegato che una volta scelto il soggetto, in questo caso un’irruzione dei Nocs in un covo di malviventi, la prima domanda che ci si deve porre è da che punto di vista inquadrarlo. «Ci sono tutta una serie di domande da porsi e di problemi da risolvere prima di realizzare un’illustrazione – sottolinea Stefano – Il lavoro più grande è di pianificazione perché poi a disegnarlo non ci vuole niente. In questo caso l’inquadratura doveva essere funzionale per far vedere i poliziotti quindi la cosa migliore era inquadrarli da dietro da fuori la porta, perché con il punto di vista interno non si sarebbero visti bene». 
Chiara Distratis

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Max Bertolini: il cavaliere del futuro 
Per arrivare a Milano passiamo vicino a Borgo Panigale; il giorno prima, il 6 agosto, c’è stato il disastroso incidente stradale che ha fatto crollare un tratto del cavalcavia della A14. Quando salutiamo Max Bertolini ci soffermiamo sulla sua tavola del Calendario che rappresentando un intervento della Stradale a seguito di un drammatico incendio pare raccontare, in anticipo e con incredibile verosimiglianza, ciò che è successo davvero. Max sorride per schernirsi «si ho saputo» ma subito passa a spiegarci la logica della tavola «Mi avevate richiesto un’immagine con una grande forza dinamica, dove le forze dell’ordine fossero all’opera al meglio delle loro capacità, in una situazione d’emergenza». Nella sua produzione legata a temi del fantastico, in tutte le sue varie declinazioni, dall’horror alla fantascienza, l’ispirazione è raramente fornita da riferimenti realistici ma «per il calendario, lo spunto è stato dato da una foto, dove c’erano due agenti chinati, sul lato destro intenti ad accendere le torce; io, invece, ho voluto introdurre il poliziotto con la paletta sulla sinistra nell’atto di correre, come elemento dinamico. Ho aggiunto un po’ d’eroismo, anche perché al di là dell’enfasi pittorica il nostro è un lavoro di grande responsabilità e di rischio, non solo civile ma anche fisico». Pare descrivere l’azione di Riccardo Muci, il poliziotto che è riuscito a bloccare il traffico a Bologna prima di essere sbalzato e ustionato gravemente, dalla terribile onda d’urto dell’esplosione. Max Bertolini è un grande disegnatore, la sua carriera è prestigiosa: dal 1994 è disegnatore della Bonelli per Nathan Never, investigatore del futuro ma, ci tiene tanto, è stato a lungo copertinista per la prestigiosa The Magazine of Fantasy and Science Fiction. Seduto al computer, nella sua casa-laboratorio a Baggio, lavora con il suo pennello elettronico «Il disegno elettronico (photoshop) permette di lavorare su livelli (layers), posso staccare lo sfondo dalle figure e cosi se voglio ingrandire o ridurre qualcosa non sono limitato da contorni. Inoltre se cancello qualcosa su un livello il resto rimane». Nell’assistere ai suoi gesti rapidi si apprezza l’enorme potenzialità del digitale nelle mani di un talento creativo: ruota, inclina, sposta i soggetti, su un altro livello lavora allo sparo e su un altro ancora agli effetti sonori. «Il fumetto non ha colonna sonora ma se scrivo “BOOM” grande al lettore sembrerà di sentire un esplosione, mentre un piccolo “bip” suggerirà il leggero impulso del computer». È una lezione di fotocomposizione creativa, un backstage «solo con voi ho fatto un’eccezione, perché sono geloso di questi momenti». Poi ci mostra Hangar 66, un bellissimo albo che è frutto di un’esperienza particolare. È il primo social-comic e nasce dal desiderio di creare un fumetto libero da ogni logica editoriale: libero nei contenuti e nella grafica. «La sceneggiatura l’ho scritta io, mentre nel dialogo con gli appartenenti al gruppo su Facebook si sono discussi e tratteggiati l’aspetto fisico, il profilo psicologico dei personaggi e i dialoghi, disegnando insieme lo scenario». Gli segnaliamo una certa somiglianza tra questa community e il nostro commissario Mascherpa che ha ispirato lavori collettivi negli istituti scolastici del concorso PretenDiamoLegalità. «Davvero interessante questo vostro commissario, lo voglio seguire» così gli lasciamo la rivista con il primo episodio. Ci saluta e torna al computer per correggere i dettagli «i disegni sembrano opera veloce e di getto, invece dietro c’è uno studio, un’attenzione, un mestiere difficilmente percepibile da chi guarda». 
Roberto Donini

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Walter Venturi

Nato a Roma il 6 gennaio 1969, dal '94 autoproduce 12 albi di del suo personaggio "Capitan Italia", per dedicarsi successivamente alla mini serie di genere horror "Lost Kidz", scritta da Roberto Recchioni e colorata da sua moglie Tiziana "MadCow", autoprodotta dal gruppo Factory. In seguito, collabora con Eura Editoriale realizzando numerose storie libere e miniserie apparse su Skorpio e Lanciostory, oltre a entrare a far parte dello staff di "John Doe" e "Detective Dante", entrambe serie ideate dal duo Lorenzo Bartoli & Roberto Recchioni. Per Disney realizza le matite del n.7 della serie "Kylion" e, per le Edizioni BD, una storia breve di "Brad Barron" apparsa sul libro "Anatomia di un eroe", anticipando così l'uscita del n.16 di "Brad Barron" che segna l'inizio della sua collaborazione con Sergio Bonelli Editore. Dopo aver lavorato anche su "Demian", realizza il primo albo del Color Zagor (agosto 2013) e debutta come autore completo con "Il grande Belzoni", Romanzo a Fumetti in uscita a ottobre 2013.

12/11/2018