Antonella Fabiani

Mafia sempre più social

Come cambia il linguaggio di boss e picciotti. Ne parla Enzo Ciconte studioso di organizzazioni criminali

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“Amegghiu parola è chidda chi’ un si dice”, “la meglio parola é quella che non si dice” così recita un proverbio siciliano (lo stesso proverbio si ritrova nelle varianti calabrese e campana) a significare quanto sia importante il silenzio per la Mafia. Un tacere che si alterna comunque a un linguaggio carico di codici, simboli, riti, messaggi e ambiguitá. E se oggi può stupire che le giovani generazioni si fanno loquaci su Facebook, Whattsapp e le piattaforme social è solo perché cambia la societá e anche le organizzazioni mafiose si adeguano. Dei mutamenti del linguaggio mafioso e del suo rapporto con la parola ne parliamo con Enzo Ciconte, docente di Storia della criminalità organizzata presso l’Università di Roma Tre, autore di un recente volume, Dall’Omertá ai social. Come cambia la comunicazione della mafia (Edizioni Santa Caterina), in cui sono analizzati numerosi aspetti del fenomeno mafioso nel nostro Paese. 

Partiamo dalla famosa omertá…come è nata? 
Storicamente l’omertá e nata nel Mezzogiorno come forma di autodifesa dei ceti subalterni verso coloro che detenevano il potere. Una difesa dettata soprattutto dalla paura e dalla diffidenza verso lo Stato che veniva percepito come nemico, cosí se il poliziotto o un giudice interrogavano un contadino lui sceglieva di tacere sapendo che se avesse parlato sarebbe stato comunque ucciso e anche perché le azioni dei mafiosi gli portavano dei vantaggi. In genere chi apparteneva ai ceti più deboli sapeva che le sue parole sarebbero state stravolte in una prova contro di lui da chi aveva più potere e maggiore proprietà di linguaggio, e quindi la scelta era quella di rimanere zitti. Il meccanismo dell’omertà nasce storicamente in questo modo, non è un elemento genetico delle persone del Sud. 

Che ruolo aveva e ha ancora oggi?
L’omertà è la prima regola che viene detta a chi fa il giuramento di affiliazione. Da quel momento in poi per il nuovo appartenente la vera famiglia sarà quella mafiosa, soprattutto dovrà mantenere il silenzio sulle regole e sulle attivitá concrete. Però questa regola è sempre stata valida per i “picciotti” e non per i capi: i boss appartenenti alla Camorra, a Cosa Nostra e alla ‘Ndrangheta non l’hanno mai rispettata, anzi hanno spesso parlato, facendo i confidenti dei Carabinieri e polizia in cambio di favori, dando informazioni su alcuni fatti già accaduti, o magari consentendo di fare una buona operazione (rivelando indicazioni sullo sbarco di una partita di droga, per permettere contemporaneamente l’arrivo di un’altra più consistente), o anche segnalando la riunione del clan avversario per liberarsi dei nemici senza scendere in guerra. Il silenzio è stato infranto dai collaboratori di giustizia che hanno deciso di rompere con il proprio passato. Ma anche importanti capi mafia che hanno rilasciato interviste in televisione come i due capi Luciano Liggio e Raffaele Cutolo. 

Esistono diversi tipi di silenzio?
Si, soprattutto se non si capiscono i silenzi non si capisce la cultura mafiosa. Il silenzio è anche un formidabile documento per capire “l’appartenenza mafiosa”, perché se succede che un testimone ritratta durante un processo, ciò che ha precedentemente confessato al pubblico ministero, il giudice stabilisce che l’imputato non è colpevole ma per me che sono uno storico, la ritrattazione è il segno che c’è stata una forza potente a costringerlo a stare zitto. 
Un altro tipo di silenzio è quello che ha permesso di tenere nascosta l’appartenenza delle donne alle organizzazioni criminali. Questo è stato possibile perché alla base c’era l’idea che la Mafia fosse un’associazione formata da uomini cosi come chi pure la combatteva. Questo silenzio ha cominciato a incrinarsi quando le donne sono entrate in magistratura, portando una visione di genere che ha messo in evidenza un ruolo importante delle donne nell’attivitá mafiosa. Questo è stato utile per indirizzare le indagini anche su di loro. 

Quali sono gli eventi più espressivi dal punto di vista della comunicazione mafiosa?
La creazione di un linguaggio è stata un’esigenza dei primi criminali per farsi riconoscere esteriormente come mafiosi. Oltre all’abbigliamento tradizionale (lupara, fazzoletto al collo, coltello) abbandonato con il cambiamento della societá e sostituito dai “colletti bianchi”, tutto serviva a comunicare con l’esterno. Anche gli omicidi rientrano in una simbologia piena di significati che servivano a mandare certi messaggi a chi era mafioso ma anche a chi non lo era. Molti degli omicidi avvenuti in Sicilia hanno sempre parlato una lingua muta: quando il cadavere aveva un sasso in bocca era perché aveva parlato troppo non rispettando le regole, cosí come la presenza di denaro in una tasca dell’abito indicava chi aveva rubato. Ma questi segnali mostravano anche a tutti coloro che non erano mafiosi che potevano stare tranquilli: il delitto riguardava gli affiliati che avevano infranto le regole. Anche i funerali, quando si svolgevano, erano la rappresentazione visiva del potere dei capimafia. Basta andare negli archivi dei giornali dell’epoca e vedere che accanto ai familiari, ad accompagnare il feretro c’erano i capi mafia di tutte le province e anche gli uomini politici dell’epoca. I matrimoni dei mafiosi sono stati sempre combinati in tutte e tre le organizzazioni, ancora oggi lo sono anche se le donne appartenenti a fasce sociali più elevate della Mafia hanno maggiore autonomia nello scegliersi il partner. 

Parliamo delle donne. Qual è il loro linguaggio?
Le donne nascono in famiglie legate alla criminalitá e ascoltano fin da bambine il linguaggio mafioso. Un tempo con la cultura patriarcale le donne erano invisibili, mentre ora hanno anche ruoli di primo piano all’interno delle organizzazioni. Anche se sono convinto che le donne esercitassero il potere all’interno della famiglia, ma che non si potesse manifestare all’esterno perché avrebbe oscurato quello degli uomini. Oggi le donne hanno spesso una posizione dominante all’interno dell’organizzazione e questo dipende sia dal cambiamento del rapporto uomo-donna nella societá, ma anche dal fatto che molti mariti, padri e molti figli o sono in galera o sono stati uccisi e quindi la gestione degli affari economici della famiglia è passata alle donne. 

Dopo la morte di Totò Riina una delle figlie ha rilasciato interviste in televisione mentre il fratello ha scritto e presentato in televisione un libro dedicato al padre. Le giovani generazioni hanno scoperto Facebook, Whatsapp e le piattaforme social. 
Sono soprattutto le nuove generazioni a utilizzare la Rete e i canali social, ma di nuovo c’è solamente questo perché i messaggi sono sempre quelli classici: “i mafiosi sono innocenti;” “quelli in carcere sono tutti vittime”; “il 41 bis è Guantanamo”; “i testimoni sono tutti infami”. Questo nuovo modo di comunicare presenta dei vantaggi per i mafiosi consentendogli di fare delle riunioni “virtuali” in modo più veloce rispetto a quello tradizionale e anche di esercitare un controllo sulle persone, perché se qualcuno mette “mi piace” uno, due o tre volte su dei post e poi non più, il mafioso può scrivergli e chiedergliene conto per vedere come reagisce. In pratica finiscono per costringere le persone a seguirli, dicono agli amici di condividere i loro messaggi, e di farlo fare anche ad altri, creando un meccanismo perverso. 
È difficile prevedere quale direzione prenderà l’utilizzo dei social da parte delle giovani generazioni mafiose, mi auguro che gli investigatori riescano a monitorare il flusso di informazioni che passa su queste piattaforme in modo da poter studiare l’evoluzione di questo fenomeno che oggi ha una funzione di propaganda ma potrebbe avere altri sviluppi.

Sono numerosi nella storia del cinema e della tv film dedicati a Cosa nostra, Camorra e ‘Ndrangheta a partire dal più famoso Il Padrino, ma anche la Piovra o Gomorra tanto per fare qualche esempio. Hanno contribuito ad alimentare il fascino del male? 
A volte libri o i film più popolari possono aver contribuito a mitizzare il delinquente mafioso, complice anche la scelta di attori di grande personalitá, però credo che l’altra faccia della medaglia sia che hanno contribuito a spiegare le diverse mafie. Teniamo presente che le fiction sono spesso un passo indietro rispetto alla realtà.  

05/03/2018