Annalisa Bucchieri e Roberto Donini

L’Italia che pedala

Lo sguardo di Mauro Vegni sulle strade d’Italia, con i grandi del ciclismo e gli uomini della Stradale

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Il 5 maggio è partito da Alghero il 100° Giro d’Italia e come da tradizione, durante tutti i 70 anni dalla sua fondazione, la staffetta della polizia stradale di Milano ha aperto la carovana seguita, poi, dall’auto del direttore, infine i protagonisti, i ciclisti. Date e ricorrenze importanti si intrecciano sulle strade d’Italia a raccordare i valori dello sport e quelli della società. Di questi aspetti del ciclismo, ci ha parlato proprio il direttore del Giro, Mauro Vegni, in un colloquio appassionato e sapiente. Ci ha ospitati idealmente sulla sua auto di testa, facendoci di lì intravedere un’umanità al lavoro sulle due ruote, a pedali e a motore.

Nel 2017 si celebrano le cento edizioni del Giro: quali sono le caratteristiche peculiari della corsa di quest’anno?
Questo Giro non sarà solo spettacolo sportivo e pur contenendo i caratteri e i dettami dell’evento ciclistico, nel suo disegno si è cercato un modo per celebrare le 100 edizioni passate. Nel territorio si sono toccati tutti gli aspetti che valorizzano questo sport, quelli legati al paesaggio, alla cultura, ai siti Unesco; ciò che di meglio il nostro Paese può mettere in mostra. Inoltre si è voluto ricordare, la storia del ciclismo, celebrando gli uomini che l’hanno resa grande. Perciò siamo andati a cercare Firenze, Ponte a Ema, perché è il paese di Gino Bartali, giusto tra i giusti, l’unico ciclista con questo riconoscimento nel Giardino dei Giusti a Gerusalemme; abbiamo, poi, ricordato Fausto Coppi con l’arrivo a Tortona e la partenza da Castellania (paese natale del Campionissimo ndr); l’arrivo nella Bergamo di Gimondi; l’arrivo a Oropa, la salita mitica di Pantani. Insomma abbiamo evitato di fare un Giro solo autocelebrativo e ricordare, invece,tutti coloro che hanno contribuito a rendere importante questa manifestazione. Lo abbiamo fatto sia dal punto di vista sportivo, con le tappe, sia, come dicevo, cercando di dare quel certo senso di unione, perché il Giro è uno dei pochi eventi, che ha unito l’Italia in maniera veramente profonda da nord a sud. Una cosa che forse non è riuscita neanche a Garibaldi... 

Le sue parole e l’analisi del tracciato evidenziano il legame tra questi grandi personaggi e i luoghi e poi, soprattutto tra Nord e Sud. Infatti ci sono molte tappe nel Meridione, con il coinvolgimento consistente delle Isole (9 tappe complessive con 3 in Sardegna, 2 in Sicilia, ndr). C’è un’indicazione particolare in queste scelte?
Come accennavo, quest’integrazione tra Nord e Sud è stata debole, ottenuta con la guerra, insomma non è stato un processo condiviso, cercato, in certo modo è stata solo un fatto di armi. Parliamo di qualche secolo fa però l’unità nazionale è sempre stata molto poco vissuta dalla gente, mentre il Giro credo abbia contribuito a far sentire tutti come persone dello stesso Paese, di un unico posto. In più è stato un evento, anche grazie alla televisione, che ha permesso di conoscere veramente l’altra Italia, quella che la maggioranza degli italiani non conosceva e che altrimenti sarebbe stato difficile spiegare.   Il Giro in questo ha cercato di dare una mano, perciò, dal mio punto di vista, non è un puro evento sportivo ma qualcosa che è nel Dna di questo Paese. Tant’è vero che quando andiamo all’estero non presento mai il Giro dal punto di vista sportivo, invece vado a raccontare un po’ cos’è il vivere all’italiana: essere italiani, i valori positivi del nostro Paese. 

In ogni Giro insieme ai ciclisti, oltre a voi, ci sono i motociclisti della polizia stradale. Quanto reputa importante il rapporto con questi “colleghi”? 
Il rapporto con la polizia stradale viene da lontano, non a caso celebrate i 70 anni insieme ai 100 del Giro e già ciò la dice lunga di come abbia resistito nel tempo. Al di là della ricorrenza, sottolineo come questo sia un legame fondamentale: non si può prescindere dalla presenza della Polstrada al Giro. Anzitutto, per il contesto in cui ci troviamo, la sicurezza è diventata un tema sensibile ma, poi, c’è il grande tema della viabilità, altrettanto serio. Sono reduce da Dubai-Abu Dhabi, se potessi fare le corse in quei Paesi sarei felicissimo, disponendo di strade con sei corsie per careggiata. Sarebbe facilissimo. Da noi c’è una geografia complicata, aggravata dall’alta densità di veicoli. C’è una nuova attenzione alla sicurezza stradale, sempre più avvertita dai ciclisti, e noi organizzatori cerchiamo di recepirla. Qui si innesta l’aspetto legato alla polizia stradale: la vita del ciclista è su una strada, dipende da chi controlla quelle strade, da chi deve garantire sicurezza e perciò il loro lavoro è elemento determinante per il corretto sviluppo sportivo del Giro d’Italia. In tutti questi anni ho accumulato tanti aneddoti ma ciò che più ho a cuore è l’abnegazione degli agenti, nei momenti difficili della corsa: la neve, la montagna, il rischio di cadute. Mai ho trovato persone che abbiano messo in difficoltà, in alcun modo, l’organizzazione con atteggiamenti d’ostacolo. I ragazzi che vengono al Giro, lo sentono una cosa loro e quindi per me non sono un service, esterni che offrono una prestazione, sono i miei collaboratori. Quando è possibile, tra le difficolta delle tappe e dell’organizzazione, spesso e volentieri ceniamo insieme, perché il rapporto, ripeto, non è di freddo servizio. Nessuno lo vive così, è significativo che tanti ragazzi quando non possono venire, per normale rotazione, ci rimangano davvero male. 

Anche noi parlando con gli “stradalini”  abbiamo percepito la trepidazione che molti hanno nel chiedere di partecipare nuovamente. Una vera passione?
Non c’è un orario di cartellino, un’ora in cui si smette, c’è la giornata, il piacere di aver passato un giorno faticoso sotto la pioggia, la neve, in moto con gli stress connessi a queste avverse condizioni climatiche. è arrivare alla sera per sedersi attorno a un tavolo, 30, 40 persone e raccontare le vicende della giornata o anche altre cose della vita. C’è la gioia di stare insieme, cosa che in questa società purtroppo si va sempre più perdendo.

Forse anche loro sono coinvolti al di là del fatto sportivo? 
Loro si sentono parte di una famiglia e per noi sono una famiglia. Questo sentirsi fondamentali per la riuscita, per la tutela, li gratifica. Premiati, già, per essere al Giro d’Italia. Lo vedo andando a piazza Prealpi, al Compartimento di Milano; uno ti saluta «Direttore quest’anno ci sono anch’io» l’altro «Quest’anno purtroppo non posso esserci». Difficile trovare questa modalità, consentitemi, gioiosa di incontrarsi; perché è un momento intenso di partecipazione, sentirlo loro, non d’istituto, viverlo. Questo per me è la polizia stradale, il rapporto intenso che ho non solo con i ragazzi del Compartimento ma con tutti i dirigenti della Polstrada da tantissimi anni, con grandi risultati, poi, sul piano operativo e tecnico.

Come giudica l’attuale situazione del ciclismo? 
Si è lavorato moltissimo per ridare una grande visibilità a questo sport e se parliamo di ciclismo in Italia parliamo di Giro. Premetto che quando, appena 15 anni fa, si usciva fuori dai confini nazionali, con puntate al massimo tra i confinanti, come Austria o Svizzera, la corsa era semisconosciuta. Abbiamo fatto un lavoro di internazionalizzazione: se tu non vuoi essere un prodotto provinciale ma mondiale ti devono vedere, devono conoscere il brand. C’è stata una ricaduta positiva dalle nostre partenze dall’estero e pur accettando le critiche nazionaliste –il partire lontano dai confini ‒ ora si deve apprezzare il risultato. Un tempo se avevamo 40 ciclisti stranieri era manna, ora al contrario è difficile trovarne 40 italiani. La grandezza di un evento e quindi la possibilità di riportare la gente sulle strade passa attraverso i grandi campioni, che vengono solo se riesci a dar loro visibilità e per far ciò tutto il sistema dei media deve seguire l’evento e ciò accade se il livello è internazionale. Da questo serpente che si mangia la coda si è usciti portando i campioni e così la gente è tornata sulle strade per assistere live al loro passaggio e le stime dicono di 13 milioni di persone: quanti stadi si riempiono? Ma in più, qui il tifo è puro, una passione particolare:  per cui se faccio il tifo per un corridore, ma vince un altro che  fa l’impresa, l’applaudo egualmente: spirito non molto comune a tanti altri sport. Nel ciclismo, pur acceso di duelli, vi è il riconoscimento dell’avversario, e la gente, sul bordo delle strade, sa apprezzare i suoi valori sacri: la fatica, il sudore, la lealtà. Gli stessi corridori, nel momento della difficoltà di uno di loro, se possono, gli danno una mano pur avendo una maglietta diversa. Questo è fondamentale in una società che sta perdendo sempre più i valori; noi possiamo ancora offrire un esempio.

Fa una particolare impressione, proprio questo contatto diretto tra la gente che vede l’umanità nel ciclista che soffre, che fatica. Non c’è una distanza, non ci sono stelle su un palcoscenico, ma comunanza solidale di circostanze. Durante un temporale il pubblico e i corridori si bagnano entrambi. 
Certo anche questo è una delle caratteristiche di questo sport: non mantenere le distanze dal proprio pubblico, ma se possibile essere in mezzo a loro. C’è una serie di occasioni per questa condivisone: dalla mattina quando alla partenza i ciclisti sono salutati dalle piazze piene, all’esempio del vostro progetto “Pullman azzurro” e del nostro legato alle scuole dove si dimostra quanto si possa lavorare bene con i più giovani, per far crescere valori importanti. Il contatto diretto con l’atleta top resta e, anche se inizia a girare qualche importante ingaggio, un étoile rimane tra la gente, non disdegnando di concedersi alla foto, all’autografo con i bambini, anche nella tensione prima di partire o nella stanchezza dopo l’arrivo. Si potrebbe mai immaginare una situazione calcistica simile, magari Cristiano Ronaldo prima della partita di Champions league che scende a farsi la foto? Questa distanza mitizza, mentre nel ciclismo l’eroe è quotidiano. Non faccio graduatorie, ma qui c’è un valore aggiunto umano rilevante. 

L’umanità dei valori del ciclismo è in una foto celebre del secolo scorso.
La famosa fotografia della borraccia di Coppi e Bartali e la domanda, irrisolta:  ma è Coppi che dà la borraccia a Bartali, o Bartali che la dà a Coppi? Immaginate la forza morale di questa foto, come si diceva prima, i valori sani dello sport sono gli stessi valori sani della società: avversari ma non nemici. È fondamentale. Quando si parla del ciclismo si deve raccontare questo, poi vince uno, vince un altro ha poco significato;  la verità è che questo sport è il tessuto di questa società, ha contribuito a creare la sua trama e, quando lo racconti, per lo meno capita a me, di tutto parlo meno che di sport. Parlo invece di tutti i valori che contiene.

La corsa è anche una splendida vetrina per mettere in mostra la bellezza dei paesaggi, del territorio, le grandi città, ma anche le province e i paesi.  È dunque un’opportunità per mostrare le eccellenze della  Nazione?
Senz’altro.Tenete conto, inoltre, che cosa è stato per molta gente questo sport: ha rappresentato la possibilità di uscire da una condizione sociale subalterna, in cui l’unica prospettiva era di andare a zappare la terra. È stata un’idea di emancipazione, speranza per uscire dalla sofferenza. Chi ha fatto la storia di questo sport, l’ha fatta prima di tutto per cambiare la sua vita, non perché aveva delle qualità innate predestinate. Ha provato, è stata una scommessa per uscire dalle condizioni sociali di difficoltà. Questa è la specifica storia di questo sport, il suo destino; certamente oggi, in una società differente ci sono storie diverse, ma il ciclismo continua a raccontare le persone.

12/05/2017