Antonella Fabiani

L’orgoglio di ricordare

Madri, mogli, sorelle: raccontiamo come alcune di loro sono riuscite a trasformare in coraggio il dolore della perdita dei loro cari negli omicidi di mafia

att02-3/17

«Una donna anticonformista, piena di energia, lontana dallo stereotipo della femmina siciliana chiusa nel proprio dolore, capace invece di trasformare la perdita di un figlio nella lotta per avere giustizia». La donna è Felicia Bartolotta, madre di Giuseppe Impastato, noto come Peppino, assassinato il 9 maggio 1978 dalla mafia. A lei Gabriella Ebano, scrittrice e fotografa (nonché orgogliosa figlia di Salvatore, poliziotto della Polfer) ha dedicato un bel volume di interviste e fotografie, Insieme a Felicia. Il coraggio nella voce delle donne, (Navarra Editore) che raccoglie le testimonianze, tutte al femminile, di chi l’ha conosciuta o di chi ne ricorda la memoria.  Ma nel volume non è presente solo Felicia. Accanto a lei ci sono le voci di 20 donne siciliane (raccolte negli anni Duemila su omicidi di mafia che vanno da quello del sindacalista Nicolò Azoti nel 1946 fino a Don Pino Puglisi, nel settembre 1993) madri, sorelle e mogli anche loro toccate dal dolore di avere avuto un parente ucciso dalla mafia: «Il libro è innanzitutto un omaggio a una donna d’immenso coraggio qual è stata Felicia – racconta Gabriella – che ha aspettato per venti anni giustizia per la morte del figlio, rifiutando la vendetta che la famiglia mafiosa a cui apparteneva suo marito le aveva proposto. Una donna che ho avuto occasione di conoscere e frequentare negli ultimi anni della sua vita a Cinisi e che per me è stata una grande amicizia. Da lei ho imparato molto, perché era una persona che riusciva naturalmente a entrare in empatia con il dolore degli altri».

Sono anche le foto, scattate dall’autrice del libro, all’inizio di ogni capitolo a raccontare le emozioni silenziose e nascoste dei volti di queste donne. Raggiunta al telefono Gabriella rievoca qualcuno di quegli incontri. Come quello con Francesca Serafino, la moglie del sindacalista Calogero Cangelosi ucciso nel 1948 «ancora piena di paura nel raccontare l’omicidio del marito come se il fatto fosse successo tre ore prima, e con ancora il timore che la mafia avrebbe ammazzato pure lei». Quello con Elena Fava (scomparsa nel dicembre 2012) figlia del giornalista Giuseppe Fava ucciso in un agguato mafioso il 5 gennaio 1984, è stato un incontro con una donna solare e di grande coraggio: «Ricordo che mi ringraziò molto quando le proposi l’intervista – osserva Gabriella – la incontrai nella sua abitazione a Catania. Mi parlò con entusiasmo ed energia a lungo del padre attraverso gli articoli e i testi teatrali che aveva scritto, e pure dei quadri numerosissimi che aveva dentro casa, perché Pippo Fava non era solo un giornalista. Mi è parsa una donna gentile, ma anche molto determinata e lo dimostra il fatto che subito dopo la morte del padre, insieme con il fratello fece il giro delle case editrici per pubblicare le sue opere». 

A essere raccontata èanche la vicenda di Graziella Campagna, rapita e uccisa nel dicembre 1985 a soli 17 anni: «Andai a trovare la sorella Pina a Saponara, un piccolo paesino vicino Messina, e mi disse come Graziella avesse trovato, nella tintoria dove lavorava, un’agendina piena di nomi scottanti nella giacca del latitante Gerlando Alberti junior, che si faceva chiamare Cannata. Questo, purtroppo, le è costata la vita. Fu rapita e uccisa e in mezzo all’omertà del paese e della famiglia, fu il fratello carabiniere a cercarla e a trovarne il corpo, facendo le ricerche praticamente da solo perché nel paese si voleva far passare l’omicidio per un delitto passionale. La cosa che più mi ha colpito – osserva Gabriella – è che il posto dove l’hanno uccisa è un luogo bellissimo, vicino a un vecchio forte militare da dove si vede lo stretto di Messina. Un contrasto stridente tra il delitto e la bellezza della natura». 

«È l’orgoglio di ricordare i loro cari e un attaccamento affettivo come se fossero ancora lì accanto a loro, quello che accumuna queste donne – continua Gabriella – perché la perdita per loro è stata enorme e il dolore straziante. Ma molte sono riuscite a trasformare la sofferenza nell’impegno a ottenere giustizia per i propri cari».

Ma sono anche la forza e l’energia a caratterizzare queste donne. Quella emanata da Piera Aiello, “bella e dallo sguardo fiero” cognata di Rita Atria, figlia di un mafioso ucciso dalla cosca locale che, a 17 anni, decise di rivolgersi alla magistratura, proprio come aveva fatto Piera per aver giustizia dell’omicidio del marito. «Entrambe hanno avuto la fortuna di incontrare Paolo Borsellino – racconta l’autrice – che le tratta come un padre e a cui loro forniranno molte informazioni come testimoni di giustizia, che condurranno all’arresto di numerosi mafiosi». Ma una settimana dopo la strage di via D’Amelio, in cui muore Borsellino, Rita si uccide, lanciandosi dal settimo piano di un palazzo. Nell’intervista Piera ricorda la difficoltà dei primi anni di collaborazione, il sentirsi come un’ombra perché “anche una cosa semplice come andare dal medico, da un dentista, le cose più stupide che si fanno quotidianamente, diventano un problema”. E il ricordo di Borsellino, “un grande”, un padre prima di essere un magistrato, una guida spirituale ineccepibile e un uomo di un carisma unico” .Tra le interviste, anche quella alla moglie di un poliziotto, Laura Iacovoni rimasta vedova del vice questore Ninni Cassarà, con tre figli ancora molto piccoli: in quell’agguato morì anche l’agente Roberto Antiochia. «La incontrai a Palermo, mi parlò dei suoi ricordi tra i figli e il marito, ma andò oltre il dolore personale ed essendo un’ insegnante mi parlò dell’importanza dell’educazione delle giovani generazioni nella lotta contro la mafia. È un’altra che ha trasformato il suo dolore in un impegno contro la criminalità». 

È ancora la sofferenza a creare dei legami incredibili tra queste donne. A riconoscersi in un dolore comune: «La morte è sempre brutta, ma quando si viene uccisi perché si sta lottando per la legalità il dolore diventa ancora maggiore. Simona dalla Chiesa ha pianto quando le ho riportato le parole di Pina Rizzotto, la sorella del sindacalista Placido Rizzotto, che diceva quanto avesse fatto il giovane capitano Alberto dalla Chiesa per trovare i colpevoli dell’omicidio di suo fratello e questo per Simona era la conferma del segno lasciato da suo padre». E poi, la solitudine immensa in cui sono state lasciate alcune di loro, frutto di un’omertà presente anche nei familiari più vicini: come nel caso di Domenica, la mamma di Antonella Azoti, lasciata sola dai familiari con due figli piccoli dopo l’uccisione del marito sindacalista. Devastante, ma spaventosamente reale perché «per la cultura mafiosa la donna a cui si ammazza il figlio o il marito, si dovrebbe chiudere dentro casa – continua Ebano –con il suo dolore. Il codice mafioso ti propone la vendetta ma alcune non hanno accettato, come Felicia.  La vera forza è invece rivolgersi allo Stato». 

«In questo libro non si parla di eroi ma di uomini che hanno combattuto la mafia – conclude l’autrice – parlarne solamente come di eroi sarebbe come farlo di persone inarrivabili, e invece penso che la lotta alla mafia non sia delegata solo a certe figure. La forza di queste donne è la memoria che rimane sempre viva attraverso la loro testimonianza. Anche se quello che è accaduto appartiene a un passato lontano, anche se le persone che non ci sono più non potranno tornare, la loro voce serve a rinnovare continuamente la battaglia per la giustizia».

06/03/2017