Anacleto Flori

Protezione giusta

Scopriamo come è composta e come lavora la Commissione centrale attraverso le parole del suo direttore, il vice ministro dell’Interno Filippo Bubbico

pp02-3/17

Come è composta la Commissione centrale da lei diretta? 
Ha una composizione particolarmente solida perché è costituita da due magistrati con specifiche competenze nella lotta alla criminalità organizzata, da un ufficiale della Guardia di Finanza,  un dirigente superiore della Polizia di Stato, un ufficiale dell’Arma dei Carabinieri e un ufficiale della Dia. Un insieme di professionalità ed esperienze in grado di valutare attentamente i contenuti delle proposte di concessione del programma di protezione, sia per i testimoni che per i collaboratori di giustizia, che arrivano dalla Procura distrettuale antimafia. 

Oltre la Procura, gli altri due pilastri del sistema di protezione sono la Commissione centrale e il Servizio centrale di protezione. Possiamo dire che sono la mente e il braccio?   
In realtà, c’è una relazione molto stretta tra le due strutture che si è ancor più rafforzata con la decisione di far partecipare ai lavori della Commissione anche il Servizio. Una novità che rende possibile un maggiore collegamento tra le decisioni prese dalla Commissione e la attività promosse sul territorio dal Servizio. Un continuo scambio di informazioni che ci ha permesso di cambiare progressivamente le “regole del gioco”, in modo da  essere più vicini alle esigenze sia dei collaboratori di giustizia che dei testimoni. Soprattutto per quanto riguarda quest’ultimi, abbiamo notato la contraddizione tra il dispendio di risorse umane e finanziarie che il sistema mette a disposizione (complessivamente circa 80-100 milioni annui, ndr) e la scarsa qualità percepita dai testimoni stessi.

Quali sono le difficoltà maggiori nella gestione dei testimoni?  
Le problematiche derivano soprattutto dalla mancanza di chiarezza al momento dell’ingresso nel programma di protezione. I testimoni che hanno assistito a fatti penalmente rilevanti, come l’assassinio di un magistrato o di un poliziotto sono pochi. Nella maggior parte dei casi si tratta di piccoli imprenditori, artigiani o più raramente liberi professionisti vittime di estorsioni o di usura, la cui attività commerciale è stata danneggiata dalle organizzazioni criminali. Una volta che i testimoni sono entrati nel sistema di protezione emergono, con il passare del tempo, le prime rivendicazioni relative alle vicende aziendali e ai debiti che si sono accumulati, per i quali si chiede l’intervento dello Stato. Una richiesta che avviene in un tempo differito in cui è ormai difficile discernere il rapporto di causa-effetto tra le estorsioni subite e le difficoltà finanziarie, rapporto che invece è espressamente previsto dalla vigente normativa. Per questo è fondamentale per i testimoni, al momento dell’inserimento nel programma di protezione, dichiarare la loro situazione economica; una sorta di fotografia dell’esistente che elimini, in futuro, il rischio di eventuali ”contrattazioni”.  

Nel caso in cui un imprenditore sotto protezione sia costretto a traferirsi in una località protetta, come viene gestita la sua azienda? 
È necessario sottolineare come le  persone che hanno subito un’estorsione o sono vittime di racket,  ma che non vengono inserite nel programma di protezione, possono rivolgersi al Commissario antiusura e antiracket (con cui viene condivisa una comune piattaforma informativa per evitare che possano verificarsi accessi ripetuti ai benefici pubblici) per chiedere di ricostituire la propria attività commerciale, ricevere il ristoro dei danni subiti e accendere dei mutui per rilanciare la propria azienda. Chi, invece, viene proposto per l’inserimento nel programma di protezione come testimone di giustizia è sottoposto, in relazione alla capacità criminale dei soggetti denunciati, ad una attenta valutazione da parte della Procura distrettuale antimafia che, se considera rischiosa la permanenza del testimone nel territorio di origine, ne propone il trasferimento in località protetta. In quel caso l’attività imprenditoriale o professionale di fatto rimane sospesa e all’imprenditore viene garantito il mancato reddito e il livello di vita precedente. 

Cosa prevede il programma per il testimone che decide di restare? 
Attraverso il lavoro di un’apposita commissione di esperti e sulla base di un attento lavoro di ascolto del territorio, abbiamo riscontrato una diversità di trattamento che penalizza il testimone che decide di non traferirsi. L’imprenditore che, infatti, sceglie di restare nel territorio d’origine diventa estraneo a un contesto socio-economico fortemente condizionato dalle organizzazioni mafiose. Una condizione, questa, che limita e danneggia pesantemente la sua attività economica. Ebbene oggi non è possibile risarcire quel danno. Paradossalmente, il testimone che rimane in sede, soluzione che noi vorremmo privilegiare per la forza del messaggio di coraggio e di “resistenza” che viene lanciato alle organizzazioni mafiose, non riceve gli aiuti previsti per chi invece si sposta in località protetta. Per questo motivo è stata già presentata alla Camera una nuova legge che ponga fine a questa ingiusta disparità. Anche perché attualmente la protezione del testimone inserito nel programma spetta al Servizio centrale, mentre se il testimone rimane in loco scattano le misure disposte dal prefetto, sentito il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica: dunque anche dal punto di vista della tutela, le situazioni sono diverse. Nel complesso la nuova legge prevede una serie di misure in grado di migliorare complessivamente il sistema, anche perché dal lavoro della commissione è emerso un altro dato interessante, quello del disagio dovuto allo shock che subiscono le vite dei testimoni. Un vero e proprio trauma personale, familiare e relazionale che richiede una specifica assistenza.

Quanto è utile in questo caso l’intervento degli psicologi del Servizio centrale di protezione?
In presenza di questo malessere, di questa sofferenza, diventa fondamentale l’assistenza degli psicologici e degli psichiatri del Servizio sanitario di polizia soprattutto per quanto riguarda i minori che, strappati dalle loro realtà relazionali, perdono le loro amicizie, i loro affetti e i loro punti di riferimento. Appare assolutamente necessario rafforzare la presenza di queste figure specialistiche, così com’è importante che gli operatori dei Nuclei operativi protezione    (Nop) continuino ad essere sostenuti attraverso specifici corsi di formazione e di aggiornamento, ma anche attraverso la previsione di un sistema di rotazione degli incarichi. Il testimone sottoposto a protezione rischia, infatti, di scaricare proprio sul personale dei Nop un forte carico di ansia e di malessere. Si tratta quindi di intervenire per tutelare il benessere psico-fisico degli operatori stessi che, oltre alle doti e alla straordinaria professionalità di poliziotti, devono spesso abbinare competenze e conoscenze da veri e propri psicologi. 

Oltre ai diritti e a benefici previsti dalla legge, testimoni e collaboratori hanno anche dei doveri? 
Sia gli uni che gli altri hanno dei doveri da seguire, anche se il rispetto rigoroso delle regole riguarda soprattutto i collaboratori. In particolare bisogna stare attenti a non dare spazio ai finti collaboratori e a quanti pensano di collaborare a corrente alternata, così come è necessario essere decisi nel revocare i benefici concessi a collaboratori che abbiano commesso dei nuovi reati o infranto le regole. Se una persona abbandona la località protetta o gira armata è chiaro che va estromessa dal programma.  Se le infrazioni invece sono di lieve entità, la persona sottoposta a protezione viene solo richiamata: una sorta di cartellino giallo, per usare una metafora calcistica. 

Nell’ultima relazione semestrale presentata al Parlamento si parla di una nuova carta dei diritti e dei doveri, ci può anticipare qualcosa? 
E una carta che riguarda in particolar modo i testimoni.  Infatti, il collaboratore di giustizia in genere ha poche pretese:  avendo un carico di precedenti penali consistente, se decide di collaborare è pienamente consapevole del prezzo da pagare.  Abbiamo avuto collaboratori che  anche nelle difficoltà hanno mantenuto un atteggiamento di assoluta correttezza, di fiducia e perfino di gratitudine nei confronti dello Stato. I testimoni, invece, hanno alle spalle esperienze e vissuti diversi e, giustamente, pretendono di più. Si tratta, infatti, di cittadini perbene la cui vita è stata in qualche modo distrutta perché la loro casa è stata bruciata, l’azienda è stata messa in gravi difficoltà finanziarie e loro sono stati costretti ad abbandonare il proprio territorio e a lasciare gli affetti. In tale condizioni poco importa che lo Stato versi loro un assegno in grado di garantire un elevato livello di vita: il loro disagio, la loro rabbia è legata a tutto ciò cui hanno dovuto rinunciare: vivere nella loro casa, nel loro paese, frequentare i propri amici. È normale che il loro atteggiamento sia diverso e si finisca per chiedere di più. Per questo dobbiamo essere in grado di elaborare una risposta adeguata a tali richieste.  

A proposito di collaboratori, sono ancora importanti ai fini giudiziari per le indagini?
Sono convinto si tratti di un o strumento ancora molto valido. È cambiata la tipologia dei reati che emergono dai racconti delle persone che decidono di collaborare con la giustizia. Rispetto al passato, ora abbiamo anche stranieri che forniscono informazioni su organizzazioni  criminali transnazionali, coinvolte nel traffico, nello sfruttamento e nella riduzione in schiavitù di esseri umani. Ultimamente abbiamo anche qualche collaboratore per quanto riguarda i reati di terrorismo; si tratta di poche unità, ma si inizia a muovere qualcosa anche in questo campo. E anche loro rientrano nel sistema di protezione.

Il programma di protezione può essere esteso anche alle madri che, per salvare i propri figli da un contesto criminale, si ribellano alle leggi del clan o della ’ndrina? 
Questo è un fenomeno che, fortunatamente, sta sempre più emergendo e che riguarda soprattutto la ’Ndrangheta, anche grazie ai provvedimenti di annullamento della patria potestà da parte del Tribunale per i minori di Reggio Calabria. Si tratta di casi in cui alcune madri-testimoni hanno raccontato fatti di cui non sono direttamente responsabili ed espresso la volontà di tirare fuori da quel contesto criminale i propri figli; in tali circostanze  viene garantito un programma di protezione in località protetta. Penso, però, che la questione  dell’allontanamento dei minori da ambienti degradati debba essere affrontata anche al di là dei casi di testimonianza, ovviamente sulla scorta di una precisa valutazione della Procura distrettuale antimafia e utilizzando gli strumenti propri delle politiche sociali.

In quali circostanze la Commissione respinge la proposta di concessione dei benefici del sistema di protezione? 
Spesso è accaduto che soggetti proposti come testimoni siano stati inseriti nel programma di protezione come collaboratori, perché  a parere della Commissione erano emersi fattori di  contiguità con contesti criminali. Poi su questo interviene la giustizia amministrativa, perché tutte le delibere sono impugnabili davanti ai Tar. Anche se nella stragrande maggioranza dei casi vengono confermate può accadere che qualche delibera venga annullata; in questi casi emerge che in presenza di un giudizio delle forze di polizia e della Procura, non può essere il Tar a decidere se un individuo è in pericolo o no. Pur nel rispetto delle competenze e dell’autonomia di tutti. Per questo abbiamo previsto, nel disegno di legge presentato alla Camera, l’inserimento all’interno della Commissione di un rappresentante dell’Avvocatura generale dello Stato per rafforzare il profilo delle decisioni assunte. 

Può anche accadere che il testimone o il collaboratore rivolga, attraverso il Servizio, un’istanza alla Commissione affinché una sua esigenza possa essere valutata. Inoltre alcune persone protette chiedono delle audizioni in Commissione; proprio nella riunione della scorsa settimana abbiamo ascoltato sia un testimone che un collaboratore. Un’occasione per conoscerli di persona e un importante arricchimento professionale.

06/03/2017