Antonella Fabiani

Polfer sempre più... cool

Una recente ricerca conferma l’importanza dell’educazione nelle scuole sui rischi di certi comportamenti in ambito ferroviario e il fondamentale compito dei formatori

polfer

La caccia di emozioni e di brividi da parte degli adolescenti non si arresta e non risparmia nemmeno lo spazio delle stazioni ferroviarie. Le ultime mode diffuse tra i giovani arrivano a smentire persino l’antropologo francese Marc Augè che considera le stazioni ferroviarie dei “non luoghi”, cioè spazi senza una propria identità, caratterizzati dalla velocità e dove le persone non intrecciano relazioni. Ma tant’è,invece, che in questo spazio i giovani le relazioni le intrecciano, con il proprio gruppo di amici o anche attraverso il Web, rendendosi protagonisti di follie, come quella di farsi il selfie con il proprio smartphone e, poi, magari condividerlo sui social mentre sopraggiunge un treno alle spalle spostandosi all’ultimo minuto. Ma pure farsi l’autoscatto distesi sui binari aspettando fino all’ultimo minuto l’arrivo del treno. Ad essere chiamata subito in causa la polizia ferroviaria che oltre a controllare gli spazi delle stazioni, ha compreso l’urgenza di far conoscere ai ragazzi delle scuole di primo e secondo grado la propria attività e soprattutto quali sono le azioni e i comportamenti che possono mettere a rischio la vita. Stupidamente aggiungiamo noi, come può essere quella di perderla per un selfie. Un progetto di educazione alla legalità che da tre anni prende il nome di Train ..to be cool, che vede collaborare insieme il Servizio polizia ferroviaria e la Facoltà di psicologia dell’Università degli studi di Roma, La Sapienza, e porta gli operatori della specialità nelle scuole italiane. A fare il punto della situazione sull’efficacia del progetto una recente ricerca basata su un campione di 2.828 studenti appartenenti a 28 province italiane (di età compresa tra gli 11 e i 23 anni divisi in 761 frequentanti le scuole secondarie di primo grado e 2067 le scuole secondarie di secondo grado). 

«La ricerca condotta dal Dipartimento di psicologia della Sapienza convalida il nostro impegno – osserva Olimpia Del Maffeo, direttore della II divisione del Servizio polizia ferroviaria – anche attraverso iniziative come Train… to be cool specificamente dirette ai giovani, nate dalla volontà di poter azzerare l’incidentalità ferroviaria. Un obiettivo a cui teniamo molto come Servizio e che cerchiamo di raggiungere con una intensa attività di educazione nelle scuole attraverso corsi tenuti dal personale della Ferroviaria» .

Operatori adeguatamente formati che hanno seguito i corsi degli psicologi del Dipartimento della pubblica sicurezza e del dipartimento di psicologia dell’Università la Sapienza di Roma: «Il dato in assoluto che emerge dall’indagine è che il 94 % dei ragazzi intervistati ha apprezzato l’intervento dei nostri operatori, segno che la formazione sta dando dei frutti positivi. Un impegno importante anche per gli stessi operatori della Ferroviaria - osserva la dirigente - poiché questo ruolo a contatto con i ragazzi è servito a rafforzare in loro un maggiore senso di identità».

Anche se la “prossimità” fa parte del dna della Ferroviaria. La loro presenza nelle stazioni e sui treni li porta inevitabilmente a essere vicini, oltre che ai viaggiatori, anche al mondo che ruota attorno alle stazioni spesso costituito da persone senza fissa dimora, o minori fuggiti dalle loro famiglie insomma le persone più problematiche della nostra società. «Credo che l’umanità contraddistingua la nostra attività e Train…to be cool si inserisce perfettamente in questa logica di dialogo con i ragazzi che sono contenti dei nostri interventi. Le scuole dove fare lezione di legalità - continua la dirigente - in genere sono selezionate in zone dove è forte il pendolarismo, ed è l’Ufficio scolastico regionale a indicarci quelle più adatte ad accogliere questo modulo formativo». 

Ma andare nelle scuole per gli operatori è importante anche per conoscere più da vicino il mondo dei ragazzi. L’anno appena passato ha visto diffondersi la moda di mettersi in posa sui binari per un selfie veloce all’arrivo del treno per saltare via all’ultimo istante. Sfide mortali, bravate, spesso riprese con i cellulari e poi fatte circolare sul Web, che in alcuni casi finiscono in tragedia: come quella che ha riguardato la vita di un ragazzo di 15 anni travolto da un treno a Calcinato, in provincia di Brescia, e di un’altro adolescente di 15 anni a Napoli.  E ancora la cattiva abitudine di attraversare i binari ascoltando musica con le cuffiette o stando al cellulare o lanciare oggetti dai finestrini. «In aula avvertiamo i ragazzi del rischio di alcuni comportamenti – osserva Del Maffeo –. Indossare gli auricolari impedisce di sentire l’arrivo di un treno che per fermarsi ha bisogno di alcuni chilometri, così come diciamo che non devono aprire la porta del treno ancora in movimento solo perché sono in ritardo … insomma è un lungo lavoro di informazione che riteniamo possa dare i suoi frutti. Quello che cerchiamo di far capire è che il loro comportamento va a incidere sul trasporto in generale – spiega la dirigente - perché se un treno viene cancellato questo crea un disagio anche per le loro famiglie».

Un grosso lavoro che il Servizio polfer ha iniziato da circa tre anni e che (anche grazie al coinvolgimento dell’Agenzia nazionale alla sicurezza delle ferrovie, e di alcune federazioni sportive come quelle di rugby, pallavolo e pallacanestro) ha raggiunto 150 mila ragazzi. E il successo del modulo didattico “accattivante” realizzato dice che la strada è quella giusta.  

«Le lezioni in aula prevedono la proiezioni di alcuni video in cui sono ricostruite storie reali che fanno vedere le conseguenze drammatiche di comportamenti imprudenti. L’impatto emotivo si fa sentire ed è proprio quello che permette una riflessionesulle conseguenze di azioni spesso sottovalutate. L’entusiasmo che molti ragazzi dimostrano alla fine degli incontri è per noi il premio migliore ai nostri sforzi: soprattutto quando ci dicono che hanno capito che la vita vale molto di più di un treno perduto. Insomma i risultati dicono che la percentuale di gradimento è molto alta». 

Ma la formazione non è a senso unico. Attraverso queste campagne di educazione a scuola anche gli operatori imparano dai ragazzi il loro modo di relazionarsi con il mondo. «Noi crediamo molto in questo progetto – osserva la dirigente –. Anche se la mortalità non è alta il nostro obiettivo è quello di arrivare ad azzerarla. Noi non abbiamo iniziato da molto a fare educazione alla legalità ma ci stiamo mettendo tanta energia».

E i feedback positivi fanno emergere più nettamente il ruolo di tutti gli operatori della Polfer: «essere motivati e avere una certa sensibilità verso il mondo degli adolescenti sono le caratteristiche principali degli operatori di Train..to be cool, perché avere a che fare con gli adolescenti non è facile ma noi cerchiamo di esserci sempre».

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DALLA TEORIA ALLA PRATICA 

Train …to be cool è un format che coinvolge il Servizio polizia ferroviaria e il Dipartimento di psicologia dell’Università la Sapienza di Roma. Ce ne parla Anna Maria Giannini, professore ordinario presso la facoltà di Psicologia e coordinatore scientifico del progetto.  

Qual è lo scopo di questa ricerca? 
La ricerca convalida molto bene Train to be ..cool. Il progetto nasce dall’idea di fare formazione per creare un sistema di prevenzione degli incidenti che possono avvenire nel contesto ferroviario. Per fare questo siamo partiti da due considerazioni e cioè che i ragazzi utilizzano sempre più le stazioni per sperimentare comportamenti estremi in cui fanno prove di coraggio. L’altra è che la diffusione dei dispositivi elettronici fa si che le persone siano perennemente connesse e tendono a utilizzare la mobilità nell’ambiente come sfondo e ad essere sempre concentrati da un’altra parte. E il rischio è che i ragazzi non sentano i treni in arrivo e finiscano per esserne travolti  e questa è un nuovo tipo di incidentalità che riguarda il contesto ferroviario. Train…   to be cool è un format che prevede tutta una parte di formazione tesa a rendere consapevoli gli adolescenti del rischio che c’è in ambito ferroviario e, in senso più esteso, quello che esiste quando ci si muove in un ambiente che contiene potenziali pericoli. 

Dalle slide emerge una differenza tra maschi e femmine rispetto alla valutazione dei pericoli. Come mai?
La differenza tra ragazzi e ragazze è ampiamente in linea con la letteratura scientifica non solo sulla incidentalità ferroviaria ma anche su quella stradale. Cioè i ragazzi accettano maggiori rischi, li sottovalutano e si espongono ancora di più rispetto alle ragazze. 

E anche i giovani delle scuole secondarie di secondo grado hanno un approccio più disinvolto rispetto a quelli più piccoli. 
Per quanto riguarda l’età è chiaro che la fascia adolescenziale dei ragazzi più grandi è quella che si espone di più a un duplice livello sia nella sperimentazione della ricerca del rischio e prove di coraggio, etc, anche perché sono più autonomi nei movimenti, comunque anche nell’uso di dispositivi in modo inappropriato. 

Cosa prevedono in pratica gli incontri con i ragazzi?
Abbiamo innanzi tutto cercato di farci ascoltare, perché non è semplice con i ragazzi di quella fascia di età e poi abbiamo individuato materiali e strumenti adatti per un’attivazione emozionale adatti a indurre a cambiare il comportamento e le convinzioni che lo sostengono. 
A questo scopo utilizziamo sia video, simulazioni e rappresentazioni che riguardano la parte visiva e attivano il coinvolgimento emotivo dei ragazzi sia esercizi che li coinvolgono in una esperienza in cui toccano con mano quanto è pericoloso fare certe cose, ovviamente in un contesto diverso perché si trovano in classe e non sui binari della ferrovia. Però l’esperienza diventa qualche cosa che ricordano e che rende possibile il cambiamento del comportamento. Cambiamento che abbiamo misurato prima e dopo l’intervento degli operatori Polfer. Abbiamo visto che le convinzioni cambiano, cioè si rendono conto che gli incidenti non sono determinati dal fato o da congiunture sfortunate o dalle azioni altrui ma dal proprio comportamento di esposizione al rischio. 

In che modo collaborate con la Polfer?
Ci avvaliamo dell’esperienza degli operatori Polfer per capire quali sono  le situazioni che accadono più frequentemente,  e in base a questo costruiamo uno strumento di ricerca che in genere è un questionario. 
Poi prepariamo gli operatori ad usare tale questionario, e  in seguito facciamo tre giornate di formazione specifiche.  Loro, dopo che hanno fatto la formazione nelle scuole in stretta collaborazione con gli insegnanti, ci mandano indietro i dati che noi analizziamo e che poi presentiamo nella ricerca. 

Il progetto sta dando risultati positivi?
I  dati dimostrano l’efficacia delle lezioni .Molti adolescenti hanno cambiato le convinzioni e ne hanno maturate altre a seguito dell’intervento degli operatori Polfer e questo ci fa pensare che anche nella pratica  dovrebbero esporsi di meno. E questo ci risulta dal fatto che molti ci  hanno detto di aver riflettuto prima di indossare le cuffiette mentre si trovavano, per esempio, vicino alla metropolitana. 

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Passione e impegno

Il sostituto commissario Maria Pia Tranchino è uno degli operatori della Polfer impegnati nell’attività di formazione presso le scuole. Raggiunta al telefono parla con passione di questo impegno che svolge accanto al suo lavoro quotidiano, presso il Compartimento polizia ferroviaria a Napoli. «Sono 31 anni che sto in Polizia e questa esperienza di tanti anni cerco di metterla anche in questa attività di educazione alla legalità che faccio nelle scuole – spiega Maria Pia – e trovo che sia fondamentale parlare con i giovani dei pericoli e del rischio di certi comportamenti in ambito ferroviario».

Maria Pia dopo essere stata selezionata ha seguito i corsi degli psicologi della Polizia di Stato e ora è uno dei formatori della Ferroviaria a partecipare al progetto Train ...to be cool: «Quando invito i ragazzi a tradurmi lo slogan  rimangono sorpresi quando gli dico  che significa “allenarsi ad essere fighi” – osserva il sostituto commissario – perché non si aspettano questo da una poliziotta». Una certa predisposizione e sensibilità sono tra le qualità richieste per fare attività di educazione nelle scuole: «Il nostro impegno è quello di sottolineare i pericoli di alcuni comportamenti. Io dico sempre agli studenti che la divisa che indosso è l’impegno a stare vicino ai cittadini e la formazione è fare in modo che ci siano sempre meno incidenti mortali». 

Il modulo didattico prevede la proiezione di slide e di alcuni video realizzati sia dalla Polfer che da studenti di alcune scuole italiane, ma anche alcuni presi direttamente dalle telecamere di videosorveglianza – racconta il sostituto commissario -. Molti di loro rimangono colpiti da alcune scene perché non si rendono conto del pericolo di certe azioni come ascoltare la musica con le cuffiette o attraversare i binari che presentano un alto rischio di mortalità. Così come cerchiamo di metterli in guardia dal rischio di imitare le bravate di chi mette sui social i selfie che si fanno i ragazzi mentre  il treno  passa dietro di loro o i video di chi aspetta l’arrivo del treno disteso sui binari. Video che analizziamo insieme ai ragazzi, facendo notare loro il palese “fake”, cioè video falsi montati ad hoc».

Poi ci sono le sfide. A Perugia lo scorso anno un ragazzo, sfidato dal “gruppo”, è stato sorpreso dai colleghi della Polfer a camminare sui binari: il gioco era quello di attendere il treno e spostarsi all’ultimo momento. La posta in gioco erano appena 5 euro e un momento di notorietà da “figo”! Una prova di coraggio e per qualcuno anche il modo per farsi accettare dagli amici, per distinguersi dalla massa. Io penso che se anche solo un ragazzo mette a frutto i nostri consigli è già un grande risultato, e comunque i questionari di gradimento anonimi che distribuiamo alla fine dell’incontro indicano un  feed back positivo. Un grande risultato soprattutto quando riusciamo a conquistare chi all’inizio ci aveva accolto con diffidenza e dopo viene a cercarci per parlare dei suoi  problemi personali. Questa è la nostra soddisfazione più grande. Vuol dire che siamo riusciti a trasmettere il nostro lato umano e a rimanere nella loro mente e nel loro cuore».

Valentina Pistillo

03/02/2017