Michele D’Andrea*

Dove osano le aquile

A 100 anni dalla sua adozione sui fregi di capi e uniformi della polizia ripercorriamo i diversi volti di questo affascinante simbolo fin dalle origini

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Altera, aggressiva, implacabile, l’aquila ha sempre incarnato l’idea del primato e della forza. L’uccello preferito di Zeus, di Zaratustra e di Odino è accolto nella simbologia del Medioevo come esempio di creatura invincibile e associato ai concetti di autorità e sovranità: di qui la sua presenza negli scettri, nei globi, sui troni, sui gonfaloni, negli stemmi e nelle altre insegne del potere. Non a caso l’aquila divenne l’emblema di tutti i grandi imperi del passato, dal romano al bizantino, dal carolingio al germanico, dal russo all’austriaco, dal napoleonico al tedesco. Tutti sotto il segno dell’aquila che contende al leone, il suo corrispondente terrestre, la corona del primato sugli animali. 

Nella  mitologia greco-romana, l’aquila si staglia in alto vicino al sommo Giove, di cui è l’attributo o addirittura la personificazione. La simbiosi con il re degli dèi attribuisce all’aquila, «interprete fedele dei voleri del Padre Giove», una natura semidivina che ne fa il simbolo del primato, della forza, della vittoria. Ma fu Roma a innestare l’aquila nel paesaggio militare, caricandola di una pluralità di significati ideologici, religiosi e iconografici. Le legioni romane marciano sotto le insegne dell’aquila, introdotta nel 104 a.C. da Caio Mario nella sua forma classica, poggiata su di un fascio di fulmini e con il capo volto a destra. Nella maggior parte dei casi il rapace aveva le ali spiegate, ossia nell’atto di spiccare il volo, ma poteva presentarle anche chiuse, «a volo abbassato», come se stesse picchiando sulla preda. L’insegna era affidata alla custodia del primus pilus o primipilus, il centurione anziano a capo di tutti i centurioni della legione e comandante della prima coorte, la più numerosa e affidabile per esperienza e capacità operativa. Un sottufficiale, l’aquilifero, era incaricato del suo trasporto e del suo utilizzo in battaglia: al pari della bandiera, era l’insegna a raccogliere i soldati, a infondere coraggio e a chiamare al combattimento. E come la bandiera, l’insegna doveva essere difesa a ogni costo. In epoca imperiale, la legione che perdeva l’aquila in battaglia veniva sciolta e coloro che ne erano stati la causa diretta erano radiati con ignominia.

La Roma Repubblicana legittima l’aquila dalle ali spiegate con una folgore fra gli artigli quale unica insegna delle legioni, una simbiosi talmente radicata da generare anche il detto «un’aquila per legione e nessuna legione senz’aquila». Le truppe ausiliarie, invece, innalzavano insegne caratterizzate da animali sacri o “totemici” come il toro e l’ariete, che solo più tardi trovarono accoglienza nell’esercito romano. In epoca imperiale, l’osmosi trova il suo pieno compimento: da insegna militare l’aquila diviene il simbolo stesso dell’imperium.

Il XII secolo segnò in Europa la nascita dell’araldica, una soluzione geniale che affidava a un linguaggio figurato il compito di rappresentare l’identità personale in una società analfabeta. Una sorta di biglietto da visita, insomma, composto d’immagini e combinazioni di colori che poteva essere esibito da aristocratici e contadini, commercianti e religiosi, corporazioni e alberghi. Nelle confuse mischie dei tornei, i cavalieri interamente coperti da cotte di maglia ed elmi portavano “scritto”, sugli scudi e sulle gualdrappe, attraverso figure personali, il proprio nome. Ecco perché gli stemmi più antichi sono anche i più semplici: figure dai colori brillanti che si stagliavano su un fondo contrastante o elementari partizioni geometriche di tinte chiare e scure offrivano la migliore visibilità in ogni condizione di luce.

Allo stesso modo, le esigenze pratiche di riconoscibilità hanno influenzato il modo di rappresentare gli oggetti araldici, soprattutto gli animali, che non sono mai fotografie della realtà ma piuttosto idee, sintesi, convenzioni. Quella che vediamo riprodotta sugli scudi, infatti, è un’aquila idealizzata con occhi, becco, artigli, ali e coda sovradimensionati, colta nell’atto di volare in verticale come un Harrier. È dipinta d’oro, d’argento, di rosso, d’azzurro, di nero o addirittura a scacchi, come nello stemma di papa Innocenzo XIII; il capo è di norma di profilo, volto alla sinistra di chi guarda, e la rossa lingua fuoriesce dal becco aperto. Anche la geografia ha il suo peso: l’aquila dell’Europa settentrionale è rigida e stilizzata, mentre il rapace mediterraneo – Francia meridionale, Spagna e Italia – presenta linee morbide e piumaggio più fitto. La fantasia, si sa, non ha limiti. E una tra le più sorprendenti invenzioni della storia dei simboli è l’aquila bicipite, adottata dall’Impero bizantino quale insegna della doppia sovranità orientale e occidentale. Un corpo e due teste: un messaggio così immediato ed efficace da essere utilizzato in seguito sotto molte latitudini, dall’Armenia all’Austria, dalla Russia all’Albania, dalla Serbia al Montenegro e all’India. Registriamo anche un’aquila a tre teste, per la verità rarissima, in un’insegna dello zar Michele I intorno alla metà del ‘600. 

Variazioni sul tema sono l’aquilotto, un rapace dalle dimensioni ridotte, e l’alerione, una strana, piccola aquila senza becco né zampe: privata degli strumenti per offendere, essa può rimandare sia a un nemico abbattuto sia all’idea stessa di pace. Attraverso una semplice figura, dunque, l’araldica è capace di esprimere concetti astratti e complessi, ma anche di raccontare vere e proprie storie. Prendete, ad esempio, lo stemma dei Lorena, nel quale compaiono tre alerioni d’argento disposti in diagonale. Poiché in francese alérion è l’anagramma di Loraine, abbiamo una prima spiegazione della presenza dei rapaci, nel solco dei tanti stemmi “parlanti” che richiamano nelle immagini il nome del titolare: le pere per i Peruzzi, due schioppi per gli Scoplis, un cane incatenato a un albero per i Cangemi (il cane che geme), una campana per i Dandoni (onomatopea straordinaria), ancora un cane per l’Ordine dei Domenicani (Domini canes, i cani del Signore a guardia della dottrina) eccetera. 

Questa è la spiegazione più immediata e, se volete, più banale. Ma c’è dell’altro, perché una leggenda sorta ai tempi della Prima Crociata vuole che Goffredo di Buglione, duca della Bassa Lorena e capo dell’esercito cristiano, sia riuscito a infilzare contemporaneamente con una sola freccia tre aquile in volo, le stesse che da allora richiamano, nello scudo lorenese, la memoria di quel fatto prodigioso.

Sempre in tema di variazioni, i bestiari medievali affermavano che dall’unione del maschio dell’aquila con una leonessa nascesse il grifone, che ha la parte anteriore del corpo di uccello con becco a uncino, due artigli affilati e un paio di grandi ali, mentre posteriormente presenta il corpo di felino con lunga coda e possenti zampe. Marco Polo riporta ne Il Milione il racconto di mercanti asiatici che spergiuravano di aver visto coi loro occhi giganteschi grifoni afferrare elefanti, sollevarli in aria e lasciarli precipitare al suolo per poi divorarli. Ed è proprio a causa della sua forza prodigiosa che Dio, secondo il mito, pose il grifone a guardia dell’oro e delle pietre preziose racchiusi nelle profondità della terra. Ecco spiegato lo stemma della Guardia di Finanza, nel quale la creatura per metà aquila e per metà leone vigila sul forziere del patrimonio pubblico.

Se la granata fiammeggiante rimanda ai Carabinieri, la Polizia di Stato è percepita nell’immaginario popolare attraverso l’aquila, di cui si celebra quest’anno un secolo dalla prima apparizione sulle uniformi della Regia Guardia per la Pubblica Sicurezza, costituita nell’ottobre 1919. Sebbene svolgesse compiti di polizia, il Corpo era parte integrante delle Forze armate del Regno ed ebbe in dote insegne, emblemi e corredi della tradizione militare piemontese. Fra questi spiccava l’aquila, la figura che più di ogni altro rimandava alle origini della millenaria vicenda di Casa Savoia.

Il primo stemma dei conti sabaudi, verso la fine del XII secolo, aveva infatti un’aquila nera su campo d’oro, con tutta probabilità un segno di devozione nei confronti dell’Impero, di cui erano vicari. Sostituita poi dalla croce d’argento su campo di rosso, l’aquila di Savoia antica continuò far parte del patrimonio araldico della dinastia. A partire dal 1713, quando Vittorio Amedeo II divenne re di Sicilia, la ritroviamo al centro del grande stemma suo e dei suoi successori fino a Vittorio Emanuele II, il quale ripristinò l’arme di Savoia moderna facendone anche lo stemma del Regno d’Italia.

Fu però il paesaggio militare a decretare il trionfo dell’aquila, anzitutto nei vessilli. Dal 1735 e per circa un secolo, le «bandiere colonnelle» dell’Armata Sarda – in dotazione alla prima compagnia di ciascun reggimento – portavano la grande aquila nera di Savoia antica, caricata al centro del petto dallo scudetto di Savoia moderna. Anche lo stendardo reale introdotto nel 1880 e durato fino al 1946, (corrispondente all’attuale stendardo presidenziale) presentava l’antica aquila di Savoia circondata dal collare dell’Annunziata.

Erano soprattutto le uniformi a contribuire, tuttavia, alla visibilità del simbolo. Fregi, placche, bandoliere, giberne, berretti, caschi, elmi, elmetti, bustine e cappotti replicavano l’aquila in tutti i materiali e in tutte le fogge, dall’ottone al ricamo alla vernice. Ma il vero trionfo fu l’elmo dei generali dopo la riforma del 1873: una grossa aquila a tuttotondo con tanto di corona, dal cui dorso scendeva una doppia cascata di piume bianche d’airone. Tra parentesi, si tratta della stessa aquila – ovviamente in forme meno ingombranti – che segnala oggi la condizione di generale dell’Esercito, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. E se aggiungiamo i decori del mobilio di caserme e circoli, gli oggetti d’arredo, le carte da parati, gli stemmi reggimentali, non c’era ambito delle Forze armate del Regno che non avesse la sua aquila da esibire. 

Una storia lunga, dunque, che trova nel modello del 2019 un punto di arrivo e un altro inizio. Il fatto che anche la Polizia Penitenziaria abbia deciso di adottarla – con le opportune modifiche – come denominatore comune dei suoi nuovi distintivi di qualifica conferma che l’aquila gode ancora di buona salute, nonostante l’età.

*Esperto di araldica

08/04/2019