Cristiano Morabito

Le due vite di Alex

Dalla Formula 1 agli ori paralimpici: la storia di un campione non solo dello sport

interv 6/18

«Guarda che, forse non lo sai, ma per me dieci minuti possono diventare anche ore!». Così ci accoglie Alessandro Zanardi, in una giornata di marzo sull’autodromo di Vallelunga, durante la presentazione della campagna di sicurezza stradale #CoverYourPhone nell’ambito di una manifestazione organizzata da BMW Italia in collaborazione con la Polizia di Stato. In effetti Alex è un vero e proprio fiume in piena e come potrebbe non esserlo chi ha da raccontare un’esperienza di vita unica, anzi un’esperienza di “due vite”, separate tra loro da un evento tremendo al quale in pochi sarebbero sopravvissuti, non solo dal punto di vista fisico. 

Alessandro, per tutti solo “Alex”, Zanardi non ha bisogno di presentazioni: pilota di Formula 1 e CART, ma anche conduttore televisivo e, oggi più che mai, campione indiscusso di “handbike” con le sue quattro medaglie d’oro e due d’argento alle Paralimpiadi di Londra e Rio, con in programma la partecipazione a Tokyo 2020. 

La sua storia, anzi, la sua nuova vita inizia il 14 settembre del 2011, sul circuito tedesco del Lausitzring quando, alla guida della “Reynard Honda”, viene travolto dall’auto del canadese Alex Tagliani. Un impatto tremendo, in conseguenza del quale ad Alex Zanardi vengono amputate entrambe le gambe: la fine di una carriera sportiva? No, l’inizio di una rinascita!

Quando ti sei svegliato in ospedale, cosa hai pensato?
Lo dico con un po’ di imbarazzo, perché sembra che io voglia farmi un complimento, però non credo che a me sia costato uno sforzo particolare assumere l’atteggiamento che ho adesso. Quando mi sono svegliato, invece di domandarmi «come faccio a vivere senza gambe?» mi sono detto «ma come cavolo farò a fare tutto ciò che devo senza le gambe?». Ero convinto che un modo lo avrei trovato e mi incuriosiva capire come avrei fatto, ma ero certo che ci sarei riuscito. Certamente mi hanno aiutato tutte le persone che mi sono state vicine, in primis mia moglie Daniela, facendo in modo che questa mia convinzione non venisse meno e non vacillassi mai. Ci sono stati momenti di difficoltà, ma non ho mai pensato «oddio, la vita è finita», quanto piuttosto «la vita è cambiata». Ed è una constatazione, non necessariamente una condanna. Credo che la mia vicenda abbia colpito anche per questo: tutti si attendevano ragionamenti molto diversi da me e molti devono aver pensato che fossi matto. Quello che ho fatto fino a oggi è la logica conseguenza di come ho deciso di ripartire. La vita è una sola!   

Ci sono tanti altri Alex Zanardi che giornalmente “combattono” e vincono come te, ma che, magari, non sono così famosi?
Assolutamente. Basta andare nei centri ortopedici e nelle unità spinali per vedere persone meravigliose, che fanno cose fantastiche senza finire sui giornali. Per fortuna sono la maggioranza, e questo va detto. Io poi posso testimoniarlo perché lo sport in generale è in grado di regalare “ispirazione”. Nello sport paralimpico tutto questo è molto più evidente, perché quando si vede uno, menomato nel fisico, che fa comunque qualcosa di tecnicamente impressionante, viene da dire: «Ma io a 40 all’ora non ci vado neanche in bicicletta, quello lì ce la fa solo con la forza delle braccia». Per cui viene quasi automatico pensare a quanto lavoro ci sia dietro. Da quando “incidentalmente” (e qui Alex sa prendersi in giro con leggerezza, ndr) ho scoperto questo mondo, mi sono trovato fianco a fianco a persone che sono, per come la vedo io, già degli individui selezionati: perché se un ragazzo disabile fa sport, è uno che i problemi li ha già superati, li ha già lasciati a casa. Invece nello sport tradizionale succede anche di trovare soggetti che sono vincenti in campo, ma che in realtà sono molto fragili caratterialmente.

Dunque, per un disabile la pratica sportiva è quasi il raggiungimento di una sorta di “pace” anche con la testa?
Prima dell’incidente, credevo che la disabilità fosse rappresentata solo dalla sedia a rotelle, ma è molto di più: la sedia a rotelle è una sciocchezza in confronto a certi limiti che la tua disabilità può importi. Io sono un disabile molto fortunato perché ho l’agilità di un gatto, visto che devo solo spostare il peso di un corpo che è ridotto dalla mia menomazione, solo con le braccia, che sono molto forti: gioco come voglio e quando infilo un paio di protesi comunque cammino. Ma ci sono persone che in sedia a rotelle magari fanno meno impressione di quanta ne faccia io quando non porto le protesi, ma che hanno limitazioni molto più gravi. Detto questo, la “limitazione” è molto relativa. Noi tutti siamo esseri “limitati” rispetto ad altre specie che popolano questo mondo – nessuno ha la forza di un elefante o la vista di un’aquila – eppure nel corso del tempo, grazie alla nostra capacità di trovare strade alternative per arrivare a destinazione, siamo diventati la specie dominante. La disabilità è di fatto una condizione relativa, dipende da come la si vede.  Se si resta attaccati al pensiero di “andar lì, così come fanno tutti come quelli che ci vanno con le gambe”, non mi muoverò mai più, ma se “quello che mi interessa davvero è andare lì”, che lo faccia con la sedia a rotelle, con un paio di protesi o semplicemente con la forza delle braccia, non conta perché l’importante è “arrivare lì”. Se è questo che riesci davvero a metabolizzare, poi la vita ricomincia, cambia il modo di misurare le cose, ma l’importante è fare di nuovo tutto al meglio delle proprie capacità.  Spesso sorprende questa capacità di prendersi in giro sulla disabilità, a volta lascia un po’ basiti perché scherzare su una menomazione fisica è tabù.

Il fatto che si cominci anche a fare un po’ di ironia sulle persone disabili significa che dall’altra parte si comincia a comprendere che c’è questo desiderio da parte di chi occupa il lato opposto di incontrarsi nel mezzo. Ed è positivo, tanto che un tweet con una foto che mi prendeva in giro e che ha scandalizzato molti, a me ha fatto molto ridere e, visto che c’era io, ci ho aggiunto una battuta. Penso che sia uno dei tweet che io ho lanciato che ha generato più like e discussioni.

Quindi, anche l’atteggiamento verso la disabilità sta cambiando, da parte dei cosiddetti “normodotati”.
Penso di sì e credo che lo sport abbia contribuito molto. La finale olimpica dei 5mila metri nello Stadio Olimpico di Londra  fa venire la pelle d’oca. Quella gara ha creato un clima che si era già visto con la finale dei 100 m e dei 200 m con Bolt in gara! Il mio merito è stato di aver in qualche modo portato l’attenzione verso un mondo che già la meritava, però non c’è dubbio che Londra abbia segnato il passo tra uno sport che prima di allora era visto come “partecipativo” e che oggi viene visto come “competitivo”. 

Anche i Gruppi sportivi hanno aperto alla disabilità, ad esempio le Fiamme oro con personaggi come Bebe Vio, Alessio Sarri… 
È molto importante questa apertura. Poi, ognuno deve concorrere nel modo che gli riesce più congeniale e nel portare avanti un messaggio impegnandosi al meglio delle proprie capacità in una manifestazione sportiva, dimostrando che esiste un modo per poter arrivare a un risultato. Quando sono andato a fare la visita di idoneità medico-sportiva per avere la licenza per tornare in pista, mi hanno esaminato in tutti i modi e, mentre mi stavano facendo l’elettroencefalogramma, gli ho detto «ragazzi, guardate che io ho perso le gambe, mica la testa!». Nel mio caso si riunì una commissione medica, perché si volevano dividere la responsabilità di negarmi il permesso. In quel momento pensavano che mi avrebbero detto di no. Poi, quando a tutti gli esami ho risposto in modo non solo efficace ma superiore alle attese, si sono guardati in faccia e han dovuto dire «oh, qua dobbiamo dire di sì!». 

Aumento del 7% degli incidenti nell’ultimo anno, dovuto soprattuto alla distrazione. Sei testimonial della campagna #CoverYourPhone che invita, chi si mette alla guida, a girare la cover del telefono per oscurare il display ed evitare distrazioni alla guida.
Se il titolo è “sicurezza stradale” esistono tanti sottotitoli, perché anche prima di entrare in auto il livello di attenzione deve essere verso il mezzo che guidiamo, fin da quando lo scegliamo in una concessionaria e quanta cura hai della tua auto. Ci sono persone che girano con delle gomme lisce anche se nevica... Non c’è dubbio che noi con il nostro atteggiamento siamo in testa nella particolare lista degli elementi attivi che possono dare sicurezza. Il codice della strada ci dà margini ampi di sicurezza, perché se guidi una BMW a 130 km/h in autostrada veramente si ha un margine di sicurezza maggiore rispetto a quello che si avrebbe guidando alla stessa velocità una 600. Ma questo non basta, perché se nel momento in cui c’è un’auto ferma e in quel momento si guarda il telefono, non solo si può perdere la propria vita, ma anche toglierla a qualcun altro. Una volta i rischi erano legati più alla nostra passione per le automobili che ci spingeva a premere sull’acceleratore, ad andare forte, le condizioni del traffico erano diverse e si aveva di più la tentazione di portare più spesso l’auto al limite. Il pericolo te lo andavi a cercare con atteggiamenti che erano scorretti, ma il cui pericolo più grande era legato all’errore. Oggi l’errore non è tanto legato al fatto di compiere qualcosa di sbagliato, ma di “non fare” perché non si è presenti con la testa, perché si è distratti da uno smartphone che è ormai quasi lo specchio della nostra vita e non scollegarsi da quel mondo nel momento in cui decidiamo di metterci al volante è un qualcosa di dannatamente pericoloso. #CoverYourPhone di certo non risolverà tutti i problemi, ma sicuramente porterà a pensare e se si riesce a rendere efficace questa campagna si ottiene un primo risultato, coinvolgendo le persone a ripetere questo gesto e rendendolo virale. ϖ

31/05/2018
(modificato il 13/06/2018)