Simonetta Zanzottera e Giancarlo De Leo

Festa con vista

Da piazza del Popolo al Pincio, un suggestivo itinerario artistico e storico per assistere al 165° anniversario della fondazione della Polizia di Stato affacciandosi su Roma

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Esiste a Roma un luogo bellissimo, il Pincio. Si estende da piazza del Popolo alle Mura Aureliane, dal Muro Torto a Trinità dei Monti ed è ricco di tante bellezze create dalla natura e dalla mano dell’uomo. In questo luogo, il 10 aprile si svolge la festa della Polizia di Stato tornando tra la gente a celebrare il 165° anniversario dalla fondazione. 

Da piazza del Popolo, prima di avventurarsi sulle rampe che salgono al colle è bene soffermarsi e ammirarlo dal basso. Al centro della piazza, un grande gruppo scultoreo orna la fontana: si tratta della statua della dea Roma, affiancata da due statue sedute raffiguranti il Tevere e l’Aniene; al disopra tre prospettive sovrapposte sottolineano il fondale scenografico delle pendici del Pincio.

Come solo a Roma può accadere il Pincio è storia antichissima e storia recente stratificate, come appare oggi lo vollero i francesi; fu infatti Napoleone a sceglierlo per farne un grandioso giardino pubblico per celebrare Roma quale seconda capitale dell’impero. 

Quindi, nel 1810 per la realizzazione del “Giardino del Grande Cesare”, furono requisite le proprietà dei frati di Santa Maria del Popolo sul colle e Giuseppe Valadier, già impegnato nel progetto per la sistemazione della piazza sottostante, fu incaricato anche della sistemazione del Pincio. Il progetto fu approvato nel 1811 dallo stesso Napoleone ma un errore di calcolo, relativo al superamento dei dislivelli, ne impedì la realizzazione. Furono allora chiamati dalla Francia due architetti imperiali – Henri-Alphonse Gisors e Louis Martin Berthault – per redigere un nuovo progetto, decisamente più monumentale del precedente ma mai eseguito, perché nel 1814 le truppe francesi dovettero lasciare Roma. La restaurazione papale assorbì l’idea di Napoleone e Papa Pio VII incaricò di nuovo Valadier di riprendere il progetto, che fu realizzato tra il 1818 e il 1824. Si diede così vita a uno spazio sicuramente meno maestoso ma più “romano”, che vede fusi tra loro gli elementi geometrici del giardino all’italiana, quelli spontanei del giardino all’inglese e i belvedere d’ampio respiro convergenti, insieme ai larghi viali simmetrici alberati, nelle raggiere degli slarghi rotondi. Si creò, così, un caratteristico giardino pubblico alla francese, destinato al godimento di tutti i cittadini. Dopo la salita, giunti su piazzale Napoleone, è consigliata una passeggiata nel verde, fra alberi, fontane, radure, busti, statue, obelischi, architetture e anche un orologio ad acqua. Infine una lunga sosta sulla terrazza da cui osservare la piazza dall’alto ma più che altro godere del meraviglioso panorama di Roma, la cui descrizione è lasciata alle immagini.

La nascita di una piazza
Verso la fine dell’Età repubblicana la zona di piazza del Popolo, fino ad allora priva di costruzioni importanti, vide fiorire grandiose ville sulle pendici e sulla sommità del Collis Hortulorum, l’attuale Pincio. Alla fine del III secolo, il sito venne incluso nella cinta muraria di Aureliano; entrando a Roma da nord, da Porta Flaminia, ci si trovava di fronte a una zona ancora del tutto inedificata nella parte bassa, solcata da via Flaminia e costeggiata da numerosi manufatti adibiti a sepolcri. Nel 1099 per celebrare la liberazione del Santo Sepolcro a Gerusalemme venne edificato il primo nucleo dell’attuale chiesa di Santa Maria del Popolo, attorno al quale si sviluppò successivamente un modesto aggregato di abitazioni, che diede inizio al popolamento della zona.

Nei secoli successivi lo sviluppo edilizio del luogo procedette di pari passo con quello viario devozionale e commerciale della città. Porta Flaminia costituiva infatti il passaggio obbligato per i pellegrini che arrivavano a Roma da Nord ed era inoltre collocata in posizione strategica rispetto all’attracco commerciale sul Tevere, presso il Mausoleo di Augusto.

Il primo intervento urbanistico pianificato che riguarda la zona fu l’apertura, nel 1518, dell’attuale via di Ripetta, che doveva congiungere la zona di Santa Maria del Popolo con il porto di Ripetta. Nei primi anni del XVI secolo la zona appariva solcata dai due assi viari di via Flaminia/via Lata e via di Ripetta convergenti verso la Porta Flaminia. In occasione del Giubileo del 1525 fu tracciata la via Clementia, poco più di un vicolo a servizio dei pellegrini, che tra il 1542 e il 1545, fu prolungata fino a raggiungere la base del colle Quirinale con un andamento simmetrico rispetto alla via di Ripetta, secondo l’asse della via Lata. Con l’apertura di questa nuova strada si delineò l’impianto del tridente, costituito dalle attuali via del Corso, via di Ripetta, via del Babuino e da una trama viaria trasversale.  Nel 1573 al centro della piazza fu collocata una fontana che costituì un importante punto focale contribuendo a dare realtà urbanistica allo spazio trapezoidale della piazza del Popolo e punto di convergenza delle tre strade che costituiscono il tridente.

Nel 1585 Sisto V, allo scopo di collegare i principali centri religiosi della città per mezzo di strade larghe e dritte, diede corso a un grandioso piano per la trasformazione di Roma; il tridente era inserito in questo piano che trasformò piazza del Popolo in un grande palcoscenico barocco. Per sottolineare l’importanza della piazza, divenuta ormai un nodo cittadino, nel 1589 il papa vi fece sistemare da Domenico Fontana ‒ l’artefice materiale del suo piano urbanistico ‒ l’obelisco di Ramsete II, trasportato a Roma da Heliopolis al tempo di Augusto per ornare la spina del Circo Massimo.

Ormai l’andamento irregolare e l’aspetto umile e dimesso delle testate del tridente non si addiceva più al carattere scenografico che andava assumendo la piazza, perciò nel 1661 papa Alessandro VII incaricò l’architetto Carlo Rainaldi di creare due masse monumentali uguali da porre alla testata della via Lata come fondale verticale della piazza e di quinta urbana rispetto al tridente. Il Rainaldi progettò le due chiese “gemelle” di Santa Maria dei Miracoli e di Santa Maria di Montesanto, che rappresentano un esempio di edifici funzionali all’assetto prospettico. C’era un problema di simmetria, essendo le due testate del tridente diverse l’una dall’altra ‒ di dimensioni maggiori quella delimitata da via del Corso e via di Ripetta, minore quella verso via del Babuino ‒ che venne risolto ricorrendo a un artificio. Si costruì sull’area più ampia la chiesa circolare di Santa Maria dei Miracoli, su quella più stretta la chiesa ovale di Santa Maria di Montesanto. Entrando nella piazza da Porta Flaminia le due chiese, a un primo impatto, appaiono uguali nonostante le notevoli differenze.

Nel 1681, al termine della loro costruzione, piazza del Popolo era divenuto un tipico scenario barocco benché fosse evidente una discontinuità stilistica, dovuta a una sistemazione avvenuta nel corso di un secolo e mezzo senza un progetto unitario. 

Per dare uniformità alla piazza fu chiamato Giuseppe Valadier, che si dedicò per oltre un trentennio e sotto diverse amministrazioni al progetto per la sistemazione del sito.

Inizialmente, negli ultimi anni del ‘700 alle dipendenze del Papa Pio VII, Valadier ipotizzò una piazza triangolare, delimitata da gigantesche caserme che riprendevano l’andamento delle strade convergenti. Tale soluzione escludeva totalmente dal contesto proprio il colle e le pendici del Pincio. Con l’occupazione francese il progetto fu abbandonato. Nel 1812, la requisizione delle proprietà degli Agostiniani di Santa Maria del Popolo al Pincio consentì l’ampliamento del progetto con la sistemazione del Jardin de Jules César Le Grand sul colle. Secondo la nuova idea del Valadier, il giardino si sarebbe raccordato alla piazza sottostante per mezzo di rampe e terrazzamenti; un emiciclo avrebbe costituito l’elemento di chiusura della piazza dalla parte del Pincio, il lato opposto della piazza sarebbe stato ornato invece da un altro emiciclo, appena accennato. L’originilaità di questo progetto permetteva di dare una soluzione unitaria al problema del collegamento fra la piazza e il colle. Benché approvato il progetto subì un arresto e Valadier fu sostituito da due architetti francesi che studiarono una nuova sistemazione, mai realizzata a causa della caduta dell’impero napoleonico e del conseguente ritorno del papa. Fra il 1818 e il 1824 si attuò la trasformazione della piazza. Valadier, di nuovo direttore dei lavori per volontà dell’allora pontefice Pio VII, per chiudere la piazza verso nord costruì due bassi fabbricati gemelli, simmetrici rispetto alla porta, destinati l’uno a caserma dei gendarmi e l’altro, a monastero degli Agostiniani. Agli opposti estremi della piazza dispose altri due edifici gemelli di gusto neoclassico con la funzione di quinte prospettiche per le due chiese. I due grandi emicicli con fontane che avvolgono il centro della piazza hanno introdotto nel sito un asse trasversale che ha cancellato, o quantomeno attutito, il sistema assiale barocco porta/obelisco/chiese/strade che aveva fino ad allora caratterizzato quello spazio urbano.

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I busti del pincio
Sono 228 i busti di italiani famosi che accompagnano le nostre passeggiate lungo i viali del Pincio. Nel 1849, durante la breve ed eroica vicenda della Repubblica romana, una grave crisi economica si abbattè sulla città e, per aiutare gli artisti rimasti disoccupati, furono stanziati 10mila scudi per lavori di pubblica utilità. Agli scultori fu affidata la realizzazione di busti che riproducessero le sembianze dei più insigni italiani di tutti i tempi da collocare nei nuovi giardini del Pincio. Quando le opere furono terminate la Repubblica romana non esisteva più, i busti furono depositati in un magazzino e poi donati al Comune di Roma. La sistemazione fu comunque complessa perché il restaurato governo pontificio non poteva accettare i ritratti di Savonarola, di Napoleone e di Leopardi. Quando Pio IX decise che le erme dovevano essere collocate “con sollecitudine ad ornamento della Passeggiata del Pincio”, vennero consegnati cinquantadue busti e finalmente ebbe inizio la loro sistemazione; mentre quelli “scomodi”, quelli dei personaggi considerati atei, eretici o rivoluzionari subirono delle metamorfosi. Così a Girolamo Savonarola venne modificato l’abito domenicano e si trasformò in Guido Aretino, Caio Gracco ‒ invecchiato e reso calvo ‒ diventò Vitruvio; il rifacimento dell’iscrizione trasformò Erasmo Gattamelata in Orazio, e Giacomo Leopardi diventò Zeusi, un pittore greco del V secolo aC. Si preferì rendere ignoti i busti di altri personaggi sgraditi, ma difficili da trasformare. Da sempre i nasi dei busti sono stati i bersagli preferiti dei ragazzini romani. In un rapporto dell’Ispettore delle Passeggiate, datato marzo 1863 si legge che ci fu un attacco metodico ai nasi di Tasso, Virgilio, Dante e altri, sui cui busti l’autore lasciò addirittura la firma: “D.S. fecit”. Il costo di ogni naso rimesso a posto fu di 4 scudi.

 

07/04/2017